Intervista a Franco Mescolini

24 Mag

A cura di Nadia

Franco Mescolini è un attore professionista da quasi 40 anni. In teatro ha lavorato con registi come Memè Perlini, Gigi Proietti, Maurizio Scaparro, Ugo Gregoretti, mentre al cinema è stato anche tra i protagonisti de “Il Mostro” e “La vita è bella” di Roberto Benigni. E’ animatore di laboratori teatrali, palestra di molti giovani attori. È inoltre autore di varie pièce teatrali di cui ha curato anche la regia.
Lo scopo dell’intervista è di approfondire il percorso professionale di un attore, contrapposto alla scorciatoia Laboratorio + Tv.

 

La differenza tra un attore e un attore comico…

Assolutamente non esiste una differenza, l’attore dev’essere comico, tragico, drammatico… L’attore “è”, e può affrontare sia ruoli comici che ruoli drammatici.

Se diciamo invece “cabarettista”?

È diverso, non perché ci sia da parte mia un pregiudizio verso la forma cabarettistica dello spettacolo. Perché molte volte, in Italia, il cabarettista è uno che si improvvisa, che non viene dal teatro. Può anche ottenere dei risultati, ma è più probabile che possa rimanere a un livello basso.

Distinzioni a parte, parliamo di gavetta: cosa dovrebbe fare un attore per arrivare al palcoscenico?

L’attore deve prepararsi col lavoro, con lo studio. Ma innanzitutto deve avere la voglia di “liberarsi” di cercare un “altrove” cioè qualcosa al di fuori da lui. Deve crescere spaziando a 360°, deve guardarsi attraverso un specchio. Lo stesso Shakespeare definisce il teatro uno specchio della vita, e questo dovrebbe nutrire l’attore e renderlo libero… si direbbe un “trip”, in cui uno vive dimensioni al di fuori da lui.

Perché ogni percorso da attore deve passare dal teatro?

Perché il teatro obbliga alla ricerca, alla coscienza di questo gioco, che è un gioco di scoperta, di grande verità, pur essendo finzione. Anche chi fa teatro leggero, teatro-cabaret, dev’essere capace di trasmettere un “mondo”. D’altronde abbiamo avuto la commedia all’italiana, con grandi attori che venivano tutti dalla rivista, cioè da un teatro leggero che è antesignano del cabaret.

Focalizziamo il tirocinio: accademie, scuole, laboratori teatrali. Mettiamo che uno abbia delle predisposizioni, ma sia acerbo…

Io non ho fatto scuole o accademie, questo vuol dire che le scuole sono utili, ma non strettamente necessarie. Io però fin da bambino avevo la necessità della dimensione teatrale e quando giocavo iniziavo a raccontare delle storie. Poi crescendo ho coltivato questa mia vocazione… Io desideravo una sola cosa: poter giocare. Anche se poi sono il primo a dire di frequentare i corsi perché danno delle sicurezze tecniche.

Il percorso tecnico quale potrebbe essere?

Io consiglio sempre di andare in un’Accademia di Stato, che dà delle garanzie in più. Poi ci sono delle scuole non di Stato che sono prestigiose, come quella a Roma di Beatrice Bracco, che viene dall’Actor’s Studio. Però, alla fine, quello che vale è sempre il talento.

Prendiamo un cabarettista “fuori corso”, cioè non più giovane, con scarso background attoriale.

La vedo dura, perché ha delle chiusure, delle sedimentazioni un po’ sclerotiche, perché inevitabilmente c’è anche un discorso di età. Un ragazzino, o una ragazzina di 20 anni hanno un impeto, una forza, una voglia, una malleabilità che uno di 35 anni e passa non ha più. Certo, non bisogna generalizzare: mi ricordo tanti anni fa quando facevo un laboratorio teatrale a Ravenna: venne un signore che era Ivano Marescotti che allora faceva l’impiegato. Mi venne a dire: “Io voglio far l’attore, dove posso andare?” Gli suggerii la Scuola Regionale Galante Garrone di Bologna. Lui andò ed è diventato un bravo attore, anche se ha cominciato che non era certo un ragazzino.

Parliamo di chi non riesce a sfondare, non migliora, a chi appartiene alla grande zona di mezzo del cabaret…

Ci sono anche gli uomini show, anche quelli che raccontano barzellette. Non possiamo dirgli di smettere di fare l’uomo show. Alcune persone hanno una grande facilità d’impatto, sono degli show man naturali. Ma senza disciplina non si migliora. Bisogna coltivarsi, faticare, non c’è mai nulla che venga gratis.

Uso della voce…

La voce è importantissima. L’attore è per buona parte la sua voce. La voce va educata. Bisogna conoscere le peculiarità della propria voce. Bisogna allenarla. Bisogna capire se si colgono i suoni giusti, i ritmi. Se un attore è stonato vuol dire che semplicemente non ascolta, non coglie l’intonazione. Per questo ogni attore dovrebbe prendere lezioni di canto.

Una volta feci un lavoro con Gigi Proietti per il teatro Stabile dell’Aquila, e mi fece iniziare con una samba cantata, difficilissima.

L’attore italiano, in generale, è pigro. Mi ricordo invece uno spettacolo con Raf Vallone, che era già vecchio. Stavamo nello stesso albergo a Siracusa e lui la mattina andava al bordo della piscina e faceva tutti gli esercizi vocali e fisici, e pensare che aveva già 80 anni.

Altri elementi oltre all’uso della voce?

L’uso della propria fisicità, l’uso della concentrazione, cosa su cui non si insiste mai abbastanza.

Come si fa a ficcarglielo nella testa?

Bisogna insistere, occorre fare anche esercizi di concentrazione, magari prendendo a prestito anche le tecniche orientali. Soprattutto oggi che i giovani sono deconcentrati, bombardati continuamente dal rumore, che anche quando studiano hanno l’I-pod. Così se dici a uno “concentrati, improvvisa” vedi il panico nei suoi occhi… Se poi coltivano la concentrazione, riescono ad avere dei risultati in breve tempo.

È tutta una questione di esercizio?

Sì, è tutto esercizio, è un provare continuo. Esercizio quotidiano, come per un ballerino che si fa 6, 7 ore al giorno di fatica fisica. Anche Nureyev si allenava così, anche Roberto Bolle adesso. Così ogni giorno l’attore deve esercitarsi.

Altra cosa importante è l’immaginario: dove va l’attore se ha un immaginario povero? Se non legge, se non ascolta la musica? Se non vede film dove va a prendere le cose? Io dico sempre: arricchite il vostro immaginario, vedrete che vi servirà. Entrare dentro un personaggio, capirlo, se non hai un immaginario non ci riesci.

I casi disperati che non possono frequentare le accademie statali come la Silvio D’Amico o la Paolo Grassi, che possono fare?

Ci sono tantissimi laboratori teatrali, scuole di recitazione. Dico: andate, provate, male non vi fa. In Italia ci sono anche tanti venditori di fumo, ma con un po’ di intelligenza si può capire cosa sia utile e cosa non lo sia.

Trovarsi un lavoro vero?

A New York se uno dice che fa l’attore, si sente rispondere “Ma dai, e in che bar lavori?”. Ho conosciuto una ballerina coreografa giapponese, quella che faceva la giapponesina in “Fame”. Mi ha raccontato che agli inizi studiava per 8 ore al giorno alla scuola di musical e poi andava in un ristorante giapponese e lavorava fino alle 3 del mattino. Questo per pagarsi gli studi. Ha passato molti anni in questo modo. In Italia sta succedendo sempre di più che solo i figli dei ricchi riescono a fare questo mestiere, dove si è in tanti e si lavora poco.

CONCLUSIONI: in questa intervista sono rimarcati concetti che potrebbero essere risaputi, però appaiono quasi alieni: uso della voce? esercizi quotidiani? Esercizi di concentrazione? Lavoro sulla fisicità? Nei laboratori comici queste cose non si fanno, e si salta un bel passaggio nel miglioramento delle proprie qualità.

5 Risposte a “Intervista a Franco Mescolini”

  1. Valerio Maggio 25, 2010 a 4:10 PM #

    nella presentazione dell’intervista si dice: “Lo scopo dell’intervista è di approfondire il percorso professionale di un attore, contrapposto alla scorciatoia Laboratorio + Tv.”
    Spiegatemi cosa c’entra, che senso abbia contrapporre il percorso professionale di un attore con quello di un comico. nove su dieci un attore messo su un palco di cabaret non fa ridere e un comico, messo in un film, non sa recitare. Però, se la cosa vi diverte…
    V.

    • ananasblog Maggio 25, 2010 a 5:05 PM #

      Caro Valerio, quello che si sostiene nell’intervista, alla fine, è che i comici italiani dovrebbero migliorare le loro capacità di attori per far ridere di più, per avere un “mestiere” più solido.
      Il problema è che molti comici tentano di fare gli attori, il flusso inverso non esiste quasi.
      poi esistono bravi comici che sono anche bravi attori: Brignano, Gioele Dix, ecc.
      Però qualcosa è successo: una volta dalla comicità uscivano i grandi attori. Succede da altre parti, da noi non più: Hugh Laurie (Dr House) ha iniziato come comico e poi è diventato un interprete formidabile.

      La Redazione

      • Valerio Maggio 26, 2010 a 9:31 am #

        Polemica sterile. Io credo che in Italia debbano essere gli attori, e non i comici, a migliorare le loro capacità di attori! O no?

        • ananasblog Maggio 26, 2010 a 10:23 am #

          Valerio, però un comico è soprattutto un attore… anche questa è una polemica sterile (sembra di essere in una sala operatoria ;). Però, veramente, si sta facendo un lavoro poco accurato sui comici.
          La Redazione

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  1. Guida al sito (per chi leggesse per la prima volta) « ananas - luglio 31, 2010

    […] ci sono articoli più di servizio come l’intervista a Franco Mescolini o la lettera a un giovane […]

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