I Buratori (burocrati autori) terza parte

12 Giu

In che modo la professione dell’autore comico è diventata una sorta di caporalato.

Ecco la terza e ultima parte di una ponderosa analisi sulla strana figura dell’autore Zelig (e dell’autore comico moderno in generale), scritta in collaborazione con Omar Bashuner. Si tratta di un imperdibile racconto,  che a molti potrebbe risultare amaro per le verità che mette in evidenza. I buratori, tra l’altro, potrebbero rischiare l’estinzione in seguito alla grave crisi (televisiva e live) che investe il settore.
TERZA PARTE (Caporalato, credibilità, usare la speranza, la “bolla cabarettistica”).

Il caporalato (vedi definizione su Wikipedia) è un fenomeno spesso legato al crimine organizzato, nulla che vedere con ciò di cui stiamo parlando, anche se in senso lato ci sono delle analogie.

Il caporale sceglie tra lavoratori in nero, li conduce in luoghi di lavoro abusivi, prende una percentuale sulla paga già bassa del lavoratore.

Gli autori devono “radunare” un certo numero di comici, alcuni dei quali verranno “convocati”. Il lavoro nei laboratori è parzialmente abusivo, nel senso che non viene riconosciuta l’Enpals, la Siae non finisce agli aventi diritto, le liberatorie quasi sempre riportano una realtà che sul palco non esiste. Spesso si firma per “improvvisazione” o per “affetto e benevolenza” cosa che esimerebbe dal riconoscere una retribuzione.

I selezionati dai caporali prendono una paga da fame, mentre i comici non percepiscono nulla, anzi frequentano laboratori e provini a loro spese, però possono sperare in un salto di qualità (televisione, successo, soldi) che ai poveri manovali o raccoglitori di pomodori non è consentito.

La cosa in comune tra caporali e autori è la necessità di radunare un certo numero di persone in un determinato posto, affinché l’intero sistema, così come lo conosciamo, possa funzionare. Il principio dell’eccesso è valido nei 2 casi: bisogna che nel “piazzale” ci sia molta più gente di quella che verrà “caricata sul camion” e che la gente torni comunque il giorno dopo ad “affollare il piazzale”.

Nel caso dell’autore egli ha diverse quote da rispettare:

1) Il laboratorio dev’essere frequentato da almeno 15/20 comici;

2) Il locale deve avere almeno una certa quantità di pubblico, altrimenti c’è il rischio di una chiusura anticipata. In questo caso, proprio per richiamare gli spettatori minimi, vengono chiamati veterani, mestieranti, gente che ha i 10 minuti forti, ma che non ha possibilità televisive (o a cui verrà forse data una puntata o due di premio, “incentivo” che manterrà il mestierante nel “giro” per altri anni).

3) l’autore deve condurre una certa quantità di comici ai provini. La scelta delle convocazioni viene fatta dall’alto, come se esistesse un caporale dei caporali.

4) L’autore deve vantare di aver portato un certo numero di comici in tv per avere un minimo di credibilità verso i comici che affollano il “gelido piazzale” dei laboratori.

CREDIBILITÀ

Esiste un saldo molto negativo, tra le aspettative che il sistema va a stimolare e ciò che il sistema riesce a dare. L’autore deve dare consigli ma non prende decisioni, anzi è praticamente tenuto all’oscuro delle decisioni dei capi. Egli è come un venditore che non ha potere di controllo sulla merce che viene consegnata ai clienti, con l’aggravante che la merce, il più delle volte, non arriva proprio.

Eppure si trova in prima linea a contatto coi comici a dire cosa devono fare.

La situazione che si determina è quella di un generale disincanto, disprezzo, commiserazione nei confronti dell’autore. Egli non può darti ciò che desideri, eppure fa da cuscinetto e da filtro, va a creare una burocrazia il cui scopo sembra quello di farti perdere più tempo possibile.

L’attrito è inevitabile, l’incongruenza impossibile da nascondere, per il semplice fatto che la gente non è stupida.

Bisogna ammetterlo, non esiste una categoria così poco considerata e/o disprezzata come quella autorale. Parlate coi comici, ascoltate i loro discorsi, la cosa più lusinghiera sarà: “è un bravo ragazzo, ma non conta nulla”.

Gli aneddoti sullo “stupidario autorale” (stupidaggini dette dagli autori) è infinito, se ne potrebbe raccogliere volumi interi. Non è colpa loro. Il sistema è costruito sull’occultare la verità il più possibile a più persone possibile. Per questo qualsiasi atteggiamento di verità e competenza non funzionerebbe. La conoscenza di cos’è televisivo e di cosa non lo è, è così indefinita da generare eterna confusione. Quante volte un autore ha detto a un comico che il suo sketch non era televisivo e, poco dopo, è andato in tv qualcosa di simile al suo? Infinite volte. Il sistema è fatto così.

Poi, quando si arriverà al momento cruciale della tv in prima serata, prevarranno logiche che scavalcano nettamente gli autori. Dovendo spiegare il perché di quelle scelte, il perché qualcuno è appena stato escluso, non controllando il meccanismo, sei costretto a raccontare qualcosa che assomiglierà il più possibile a una cazzata. Non ci sono alternative.

Le anime belle possono anche andarsene da un’altra parte. O fuggi alle domande o biascichi una scusa qualsiasi, tipo “non sei ancora pronto”. Visto che fino al giorno prima il comico era “prontissimo e bravissimo”, quell’affermazione suonerà come una boiata.

USARE LA SPERANZA

Bisogna sfatare un luogo comune, quello che “nessuno ti punta una pistola alla testa”. Il comico sopporta sacrifici a fondo perduto e lo fa perché esiste una coercizione fortissima. Il sistema tiene il coltello dalla parte del manico e quel coltello si chiama “speranza”; una speranza prodotta a tonnellate, usata in modo spudorato a tutti i livelli.

Un altro luogo comune (usato spesso come argomento difensivo) è quello che nessuno promette niente, che agli inizi dei laboratori si fanno lunghi discorsi molto chiari in cui non si garantisce in alcun modo un passaggio televisivo.

Anche questo argomento è fallace. Esiste una vera e propria distribuzione massiccia di speranze televisive anche (o soprattutto) verso chi non farà televisione. È come se qualcuno sostenesse di non aver mai indotto nessuno a drogarsi e intanto fa cadere dei panetti di hashish su tutta la città.

L’autore, se ha capito bene come funziona, ha gioco facile nel manipolare le speranze della sua “quota” di esseri umani. Non deve promettere nulla. Quando agganci la pulsione più forte di tutte (la speranza) e quella più grande (il sogno) hai in mano la persona e te la giochi come ti pare.

Come si fa a “promettere la tv” senza esporsi troppo, facendo in modo che il gioco funzioni comunque? Partiamo dal fatto che si tratta di un gioco da ragazzi, basta dare un certo tipo di “input”. Esempio: a un comico che ha già accumulato diverse delusioni cocenti, all’inizio del laboratorio gli si può dire: “quest’anno è il tuo anno”. Non c’è alcun indizio, ovviamente, che quell’anno sia il suo anno, ma il gioco funziona (incredibile, eppure l’esempio è preso dalla realtà). 

Un cabarettista ha raccontato che, alle prove del pomeriggio di uno Zelig Lab, l’autore gli disse: “non c’è bisogno che mi fai vedere niente in anticipo, tanto quello che fai va sempre bene”.

Questa affermazione generò in lui una serie di sensazioni tutte incoraggianti: “è fatta, vuol dire che ho raggiunto la perfezione, che sono considerato uno di quelli forti, di quelli già pronti per la tv e vai!”. La persona non è stupida, ha anche una certa esperienza, però c’è cascata.

Il rifiuto di vederti, da parte dell’autore, può nascondere la poca voglia di aver a che fare con te (ha già una ventina di comici da seguire); oppure la certezza che il tuo sketch funzionerà sul pubblico (bisogna far arrivare gente che paga il biglietto) ma forse che non andrà mai in tv. Insomma, è un esempio di scarsa cura autorale, venduta come “complimento” che nell’animo di chi è “costretto a  sperare”, viene vista in chiave positiva.

Il trucco dev’essere fatto bene. “Non ti guardo perché è tempo perso” deve sembrare “non ti guardo perché so già che sei perfetto”.

L’inclinazione a mentire ha vinto. La figurina umana rimarrà ancora un po’ nella tua collezione.

Questo durerà fino a che regge la “bolla” (finché si gonfia senza scoppiare). Il microcosmo burocratico dovrebbe peggiorare ancora. C’è sempre meno lavoro, sempre più comici tentano di spostarsi sull’autorato per arrotondare. La rabbia di chi lavora duro, riceve promesse che non verranno mai mantenute è destinata a crescere. Il pubblico sta lentamente abbandonando i carrozzoni cabarettistico televisivi. I cachet sono destinati a calare sempre di più. La liberalizzazione avverrà anche qui, riportandoci a una situazione di quasi normalità, ma deve scoppiare la “bolla”…

Leggi la prima parte, e la seconda parte del saggio

Ananas Blog (è un lavoro pulito, ma qualcuno lo deve fare)

5 Risposte a “I Buratori (burocrati autori) terza parte”

  1. Malenonfarepauranonavere giugno 14, 2012 a 1:25 PM #

    In effetti si tratta di un’analisi paradossalmente buonista. Ho una passata esperienza nel settore dei caporali (ero dall’altra parte della barricata), e condivido l’esempio, ma la differenza è enorme: ok, i caporali si prendono una percentuale sul tuo salario; ok, è un sistema di merda…però alla fine della giornata tu HAI LAVORATO, e per poco che sia hai PERCEPITO UN REDDITO quindi, per malato che sia questo sistema, un risultato lo raggiunge. La situazione che dipingete in realtà è più simile alla piazza piena, i caporali arrivano e dicono ai poveretti: “ok fateci vedere come picconate…da qui a laggiù…insomma, mica bene…prova un po’ con la cazzuola…Hmmm va beh va per oggi ti faccio lavorare gratis, poi domani magari provi a pitturare un muro” e ti fanno ristrutturare una casa senza darti una lira e prendendosene il merito. Il caporalato è un sottoprodotto della Mafia che, come ben sappiamo, è un’azienda che funziona alla grande. Anche i mafiosi bisogna saperli fare.

    • ananasblog giugno 14, 2012 a 3:32 PM #

      >i caporali arrivano e dicono ai poveretti: “ok fateci vedere come picconate…da qui a laggiù…insomma, mica bene…prova un po’ con la cazzuola…

      è un bell’esempio. L’A

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