Riflessioni di un comico di “quelli bravi”

30 Apr

Uno bravo

Per molti cabarettisti il viaggio di ritorno da una serata solitamente è triste.
E’ triste se la serata va bene, è triste se la serata va male.
Nella seconda ipotesi ti chiedi ininterrottamente, tra un autovelox e un altro, il perché del fallimento.
Nella prima ti chiedi il motivo per il quale uno che ha fatto ridere magistralmente un pubblico per un’ora non abbia neanche diritto a una scalcinata camera d’albergo, si trovi a percorrere trecento chilometri in autostrada con poche centinaia di euro in più in tasca, un manifesto lasciato attaccato dove nessuno lo poteva vedere e non abbia nemmeno trovato tra il pubblico qualcuno del giro che conta a vedere la sua perfetta esecuzione e riconoscere la sua bravura.
E’ la vita di chi non arriva, di chi ci ha provato ma non ha mai ricevuto la chance per svoltare.
Chi non arriva non ha un nome e un cognome, è semplicemente “uno bravo”.
E’ così che sarà apostrofato l’indomani da chi stasera ha apprezzato il suo show, quando a tavola con i parenti dirà che “ieri sera alla festa di piazza c’era uno veramente bravo, mi ha fatto ridere tantissimo”.
“Chi era?”
“Boh, uno!”
Il concetto di base oramai diffuso nella nostra società mediatica è che ciò che non va in tv non esiste, inclusi i comici.
E’ la tv che ti dà un nome e un cognome, fino a che non entri nella scatoletta magica rimani “uno”, nella migliore delle ipotesi “uno bravo”.
I vari tentativi di conquistare un po’ di visibilità con Twitter, Facebook e Youtube vanno puntualmente a vuoto come quelli del PD di vincere le elezioni.
Un personaggio della tv scrive un’ovvietà pazzesca e riceve cinquecento retweet, tu scrivi l’aforisma del secolo e se ti va bene guadagni due followers.
E’ la vita degli “uni bravi”, professionisti che guidano utilitarie nella notte che per ottimizzare i loro cachet evitano perfino di fermarsi agli autogrill.
La serata di “uno bravo” in realtà non avviene mai, è un’illusione.
L’illusione di essere qualcuno solo perché ti hanno dato un palco dove esibirti, hai trovato un centinaio di persone ad ascoltarti e un organizzatore che ti paga.
L’illusione di essere qualcuno quando invece sei soltanto “uno”, “uno bravo”.
Alle serate degli “uni” i complimenti delle gente sono stati da tempo sostituti da una domanda: “Perché non fai Zelig? Così diventi qualcuno!”
E per te che passi ore su Facebook, Twitter e Youtube, credendo di poter compensare l’evidente lacuna aggiornando status con frasi tipo “Serata fantastica ieri sera alla festa di piazza, pubblico entusiasta e tanti complimenti”, ricevendo venticinque “Mi piace”, credendo di esser diventato qualcuno, basta quella domanda per capire che in realtà sei soltanto “uno”.
“Complimenti però, sei bravo!”
Appunto, uno bravo.

Cristiano Chesi

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7 Risposte to “Riflessioni di un comico di “quelli bravi””

  1. AndreaM maggio 2, 2013 a 11:06 am #

    Cristiano,
    io sono felice di vivere di questo mestiere senza problemi ad arivare a fine mese, e di avere ogni serata qualche centinaio di persone a vedermi, anche a più di 300km da casa.
    E quando mi chiedono “perchè non vai a Zelig”, gli rispondo la verità, è un mondo in cui al momento non ho contatti, punto. Quoto piuttosto le parole di Dado – non conosco te e non conosco lui… visto che è vero non ho contatti col mondo del cabaret? 🙂
    Eppure ho la fortuna di non avere mai fatto altro mestiere che questo, e ci sto dentro benissimo, anche senza essere famoso (d’accordo, un paio di zeri in più in banca non guasterebbero…): la popolarità è solo un “incidente di percorso”! Ben venga, naturalmente, ma è una cosa effimera, a differenza del lavoro quotidiano sul palco.
    La domanda allora è… perché facciamo comicità? per essere famosi?

  2. Cristiano maggio 1, 2013 a 8:15 am #

    Dado, capisco il tuo punto, ma non mi dire che quello che ho detto non ti è passato di mente neanche una volta.
    Poi se la mettiamo sul piano meglio un’ora sul palco che otto in ufficio il tuo discorso non fa una grinza.
    Il problema però è che un impiegato non ha le stesse ambizioni di un artista.

  3. dado tedeschi aprile 30, 2013 a 5:32 pm #

    però sei stato sul palco, hai fatto ridere, hai preso dei soldi, hai gli applausi nel cuore…. e se è un periodo della tua vita in cui nonostante l’anonimato riesci a vivacchiare del tuo lavoro, beh, non devi neanche alzarti l’indomani per farne un altro. Non lavoriamo per la televisione, lavoriamo per il pubblico, non ci ripaga ricordandosi il nostro nome, ci ripaga con la sua risata. E facciamo qualcosa che molti non sono capaci di fare…. (e alcuni dei “non capaci di fare” sono anche in tv). Quindi dai, la vita del comico sconosciuto ha delle frustrazioni, ma non è così male… credo siano piu’ frustranti otto ore in ufficio a obbedire a un capo, magari lunatico e stronzo. Vai Cristiano, che sei uno dei migliori, firmato Dado Tedeschi (chi è? Boh, uno bravo!)

  4. Anonimo aprile 30, 2013 a 4:48 pm #

    Questa descrizione è perfetta ed è purtroppo un’amara verità. Però penso che si debba cercare di essere un po’ più ottimisti, anche se non è semplice. Continuare a lottare per raggiungere i risultati che ci si è prefissati. Gioire della strada che si percorre e che si spera porti prima o poi alla popolarità. Godere di quello che sia ha e impegnarsi ancora, ancora e poi ancora, fino allo stremo. Il vero comico è un guerriero. Non sei solo nel cammino, ci sono moltissimi come te a farti compagnia. In bocca al lupo!

    • ananasblog aprile 30, 2013 a 5:16 pm #

      Sicuramente è un momento di amarezza, che non preclude ce ne siano altri di ottimismo.
      Adesso la fama tv si è anche annacquata parecchio, la demarcazione tra i televisivi e i non televisivi a volte non c’è più.
      E poi c’è sempre Gladys Knight a raccontarci la storia di chi non è riuscito a diventare una star di Holliwood, ritorna in provincia, ma vince in amore:

      L’A

      • Gianni - Le Barnos maggio 3, 2013 a 11:52 am #

        Una delle mie Canzoni preferite

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  1. misteri dei laboratori e del live (la concorrenza interna) | - maggio 5, 2013

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