la maledizione della ripetizione

8 Feb

La nostra comicità è intrappolata nel “sortilegio della ripetizione”. Sotto il cielo italiano la sorpresa e l’imprevedibilità l’avevano sempre fatta da padrone. Milano, per esempio, era grigia e industriale, ma da lì nascevano dei fenomeni irregolari come Jannacci, Fo, Gaber, il Derby, i “comedians” del Teatro dell’Elfo.

Questo prima che finissimo tutti senza speranze nella trappola della ripetizione, il cui scopo sembra sia quello di “fidelizzare il pubblico” ammazzando la risata, vista come pericoloso elemento di anarchia. Un altro scopo potrebbe essere quello di produrre in serie tanto materiale a basso costo: prendo il file doc della prima puntata e ci scrivo sopra gli sketch successivi (a cett, cett, sono Figo, maresciallo Tony Figo, fai schiiiiifo).

Anche Zelig Uno appena concluso, non si è sottratto a questa regola ferrea. Prendiamo a esempio uno dei personaggi  più riusciti, la SoS  Tata della bravissima Maria Pia Timo. L’ingresso dev’essere sempre uguale: stesso passo, stessa postura, stesso modo di reggere la cartelletta, il “Buonasera” modulato sempre nello stesso modo. A un certo punto, sempre nella stessa modalità, la tata leggerà delle lettere provenienti da località che sono giochi di parole, sempre sullo stesso stile di battuta (sempre parodia dei nomi di paesi lombardi): Manganellate sul Membro, Leccate sul Collo, Menate da Basso. Alla risata sulla battuta, la tata farà una pausa e guarderà il pubblico (sempre nello stesso modo), alzando la testa sempre con la stessa angolazione.

Il pezzo, rigorosamente, si deve chiudere con la stessa battuta, lanciata da “genitori (breve pausa, sempre quella) vendetta… cercate di vivere abbastanza a lungo per diventare un problema per i vostri figli.” Il motivo per cui (nella mentalità dei burocrati tv) uno sketch deve chiudersi sempre allo stesso modo, annullando ogni sorpresa, è un mistero.

Sempre per prendere a modello il meglio, vediamo Sdrumo, il rapper che non sa chiudere le rime, interpretato dall’ottimo Alessandro Betti. Lo sketch ha anche il vantaggio di prestarsi a ogni tipo di interazione con rapper e cantanti e DJ famosi, però tutto ciò deve confluire inevitabilmente nella stessa identica chiusa: 1) “Senti come vola la mia voce…” (vietato cambiare canzone), 2) difficoltà nel trovare la rima, 3) prima imprecazione, 4) seconda imprecazione rivolta al microfono (sullo stesso tono, inclinando la testa sempre nello stesso modo).

fase 4: imprecazione a capo inclinato verso il microfono

fase 4: imprecazione a capo inclinato verso il microfono

Ovvio che tra le migliaia di chiuse che il personaggio di un rapper sbadato potrebbe produrre (pensandoci 2 minuti distrattamente bevendo il caffè ne vengono in mente almeno 10) si è scelto la mono gag, sempre per motivi abbastanza misteriosi. Insomma, le serate a cast nei palazzetti davanti a 4mila spettatori in cui tutti ripetono il tormentone tv non esistono più (adesso faccio l’imitazione di Ibraimovic, Pizzul, cricetino, faccio mia moglie con la voce rauca).

I Borotalko, a Zelig Uno, come quartetto visual (con finte corporature enormi), hanno riempito la casella che nella mente della direzione artistica costituisce i “due minuti di musica con movimenti buffi che stacca e dà l’idea del varietà”. Quando applichi questo criterio sei poco interessato al prodotto finito. Così i Borotalko sono stati rimodellati pari pari sullo sketch dei Senso d’Oppio: stesso stile di medley musicale, con la stessa scansione di brani e stessi cambi di tono.

Rispetto alle esibizioni a Italia’s Got Talent, in cui lo sketch era semplicemente coreografato, sono state inserite delle interazioni praticamente simili a quelle dei Senso D’Oppio (darsi fastidio a vicenda). La cosa a un certo punto era così evidente che ha fatto scattare un certo allarme nella direzione artistica, allarme che non ha prodotto cambiamenti: lo sketch era nato così e così doveva terminare.

i Borotalko in una tipica interazione stile Senso D'Oppio

i Borotalko in una tipica interazione stile Senso D’Oppio

Marta Zoboli è un talento comico che promette di raggiungere grandi obiettivi (se farà le scelte giuste). A Zelig Uno ha interpretato Carmela Maria Splendente, la dog sitter di Elisabetta Canalis in collegamento video. Anche qui lo sketch ruota attorno ad alcune gag che si ripetono puntuali: 1) Marta chiama Katia e poi afferma di non vederla, sempre nello stesso tono, con la stessa gestualità, gag ripetuta di solito tre volte, 2) Marta prepara una battuta offensiva su Paniate, sempre nello stesso tono, con le stesse modalità, che già capisci che arriverà la battuta offensiva. 3) la scansione di gag è comunque sempre simile: ogni volta hai visto il “solito film”.

Katia non la vedo

Katia non la vedo

Se pensiamo che lo sketch di Gigi Rock (meraviglioso) si chiude sempre con la sodomia da parte di un gay, così come quello di Paolo Casiraghi – Manuel Chuparosa, si chiudeva rigorosamente (e non si sa perché) con la sodomia di un gay famoso, capisci che la tendenza ripetitiva della non risata è dura a passare.

Comunque i pezzi descritti sopra sono destinati a essere trasportati pari pari in prima serata (quando ci sarà). L’incubo, per il pubblico, per i comici stessi, è destinato a durare (si ride abbestia, ottimismo) anche se i bei giorni dei palasport con 3 o 4mila paganti non ci sono più.

Ananas Blog

6 Risposte a “la maledizione della ripetizione”

  1. Anonimo febbraio 10, 2014 a 11:40 am #

    Critica stupida lo puoi dire ad un critico che lo fa di professione, qui si discute senza avere il patentino di Aldo Grasso, parli di contenuti ma converrai che ci sono sketch basati esclusivamente sull’insulto al presentatore. Dove sono i contenuti? Nell’insulto originale e divertente? Parli di contenuti, contenuti in un mezzo come la televisione che contenuti non ne ha, e se ne bulla. E’ il sistema che non funziona, poichè mio caro autore televisivo ti devi rendere conto che se te la fai e te la ridi chiuso in viale monza con i colleghi tuoi, non pensare che il tuo gusto corrisponda a quello dello spettatore fuori le mura. L’Italia non è Milanocentrica né il mondo dell’umorismo è Zeligocentrico. Per dieci persone entusiaste del tuo lavoro ce ne sono 1000 che lo schifano. Questi sono dati, confermati anche dallo share. Chiedi in giro, da Piazzale Loreto in poi.

  2. Anonimo febbraio 9, 2014 a 10:09 PM #

    1) La parolaccia, 2) il tormentone 3) l’insulto al presentatori.- Questi tre elementi non possono essere giudicati da soli, vanno contestualizzati negli sketch. Se uno dice solo il tormentone, la parolaccia o insulta i presentatori e basta allora fa tristezza, ma quando questi elementi sono all’interno di uno sketch valido con dei contenuti possono anche starci bene o essere funzionali alla struttura. Questa critica che fate senza offesa è stupida e superficiale, Nella situazione televisiva è importante la confezione e l’utilizzo di certi espedienti (c’è chi ha utilizza sempre lo stesso look). E’ vero che ci sono comici televisivi senza un buon spettacolo ma sono molti meno dei presunti professionisti che qui scrivono e poi si trovano nei festival o nelle serate e fanno veramente schifo o perchè non fanno ridere o perchè fanno ridere con meccanismi tristi e da barzzelletta. Inoltre scrivere per lo spettacolo e scrivere per la tv, fare uno sketch sono cose diverse, uno bravo è capace di farle entrambe. Ci saranno i raccomandati ma chi è bravo non avrà mai problemi.

    • ananasblog febbraio 10, 2014 a 12:53 PM #

      Diciamo che si saltano anche molti passaggi. Teoricamente prima Paniate dovrebbe diventare un personaggio popolare per “certe caratteristiche” poi lo si potrebbe/dovrebbe prendere in giro per quelle caratteristiche. Così invece arriva una valanga di insulti non si sa perché. Allo stesso modo, Sdrumo dovrebbe diventare prima un personaggio popolare, allora sarebbe giusto l’interazione col rapper famoso, che sarebbe l’indice della popolarità raggiunta. L’A

      • Anonimo febbraio 10, 2014 a 1:54 PM #

        Oggi come oggi la popolarità non esiste più, i grandi numeri non ci saranno più per cui ci vogliono i cosiddetti contenuti in un pezzo comico, per modernizzarci dobbiamo tornare all’antico.

  3. Anonimo febbraio 9, 2014 a 5:11 PM #

    Modello vecchio e sorpassato dai tempi di “Troooppo giusto” me c’erano sempre Gino e Michele dietro al Drive In no? Invece una novità c’è ed è nata da 5 anni a questa parte: l’insulto. Insultare il presentatore/rice sempre e comunque. Comicità semplice e spicciola? No, ricorda quando eravamo alle medie e si insultava il cretino di turno e tutti a ridere, ci si sentiva aggregati, come filmare ridendo col cellulare una ragazzina che pesta un’altra. Vedere l’altro in difficoltà fa ridere e molto. Se viene preso a calci ancora di più. Direi un’ottima fonte di ispirazione per futuri Sketch.

    • ananasblog febbraio 9, 2014 a 6:21 PM #

      Sì hai perfettamente ragione: l’insulto continuato (non si sa perché), tra l’altro mai originale: già dall’attacco della gag si sa che partirà la battuta offensiva, che arriva puntuale e senza nessuna sorpresa. I protagonisti si mettono in “posa” (la posa tipica dell’insulto). Con Paola Cortellesi si sono raggiunti i vertici di questa mancanza di spontaneità. E visto che si è espansa a Colorado e Made in Sud ce la dovremo tenere ancora a lungo… Non si sa perché.
      L’A

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