Lucio Gardin: un comico che lavora dice la sua sullo stato del live

24 Lug

 

Lucio Gardin

Lucio Gardin,  da Trento, uno dei comici che lavorano di più tra quelli che non hanno il traino televisivo, grazie anche a un lavoro intenso di scrittura, di spettacoli mirati, quindi di rinnovamento continuo del repertorio.

E’ un professionista che ha il polso dello stato della “comicità lavorativa”.

Lo abbiamo intervistato sulla situazione del cabaret dal vivo e non solo.

Leggete tutto con attenzione…

LUCIO, SAI DEFINIRE LO STATO ATTUALE DELLA COMICITA’ LIVE?
Ogni giorno siamo bersagliati da decine di video e battute sul web.. viviamo in una Nazione popolata da comici, non serve più andare a teatro per ridere. Le persone sono sempre più pigre e a teatro ci vanno ormai solo a vedere i nomi grossi. Per fortuna però c’è lo zoccolo duro degli amanti del cabaret, quelli che sanno distinguere un evento televisivo preconfezionato da uno spettacolo in cui senti il respiro del comico, le sue pause e ti pare di percepire il percorso dei suoi pensieri prima che li trasformi in battute.

Io quando sono sul palco, a fine spettacolo insisto nello spiegare al pubblico l’importanza di andare a vedere cabaret dal vivo, senza farsi abbindolare dallo specchietto per allodole che sono i loghi di una trasmissione o dell’altra. Ci sono comici fuori dalla tv (e chi è nell’ambiente li conosce bene) che sono monumentali, e altri che, se invece di essere in tv, fossero nel frigo o nel microonde sarebbero più utili. Qual è lo stato della comicità live? Come per molti altri settori è critico, ma la crisi fa parte della natura, è una selezione naturale.

CONSIDERAZIONI SUI LABORATORI (EFFETTI PASSATI, PRESENTI E FUTURI)
Ho partecipato a pochi laboratori, ma ho smesso subito perché ne ho capito lo scopo. Il laboratorio serve per promuovere a costo zero il locale (o l’eventuale programma TV), e creare un giro di comici postulanti che ucciderebbero la madre per un passaggio televisivo. Il locale ha un indotto promozionale gratuito, i comici hanno un sogno a cui ambire e tutti sono apparentemente contenti. Il “laboratorio” è un’astuta azione di marketing a scapito dei sogni degli artisti.

COME CONSIDERI I COLLEGHI ANCHE ESPERTI CHE PASSANO DA UN LABORATORIO ALL’ALTRO?
Ognuno è libero di fare la scelta che ritiene, ma poi non può lamentarsi se invece di pagarlo per lavorare lo invitano a un raduno di comici dove tutti lavorano a gratis. Se non siamo noi (comici) i primi a dare valore a quello che facciamo, organizzatori e televisione hanno tutto l’interesse a non farlo. Ci sono gestori di locali che sostengono di organizzare questi laboratori per amore del cabaret, ma immagina l’Associazione Artigiani che chiede a degli elettricisti di lavorare gratis, per farsi conoscere. Per quale motivo poi dovrei pagare un elettricista se posso averlo gratis? Chi se ne frega se non è quello dell’altra volta, comunque risparmio.

Serate dove si esibiscono in dieci comici, assiepati in camerini dove ci stanno sì e no in due, e come cachet un piatto di pasta… non si va da nessuna parte.

HAI DISCUSSO CON LORO SULL’ARGOMENTO? CHE T’HANNO DETTO?
Sì con alcuni colleghi ne ho parlato e devo dire che molti concordano con me sull’assurdità di farsi trattare così, ma si nascondo dietro il “provare un pezzo nuovo”. Che poi, lo provano per cosa? Per farlo meglio al prossimo laboratorio. Fino a quando davanti hai delle persone che ti giudicano (dicasi pubblico), nessun pezzo è realmente “nuovo” perché nessuno ci tiene a fare flop, soprattutto quando si divide il palco con dei colleghi. Se vuoi provare un pezzo nuovo, ogni comico lo sa, puoi farlo anche in serata, basta inserirlo prima di un momento forte, così se non funziona, puoi comunque tirare su la situazione.

QUAL È NEL 2017 L’EFFETTO DI UN PASSAGGIO TV PER UN COMICO? IL CABARET TV E’ MORTO?
Il cabaret televisivo non è morto, ma non sta neanche tanto bene. Diciamo che è in prognosi riservata. Certo che se continuiamo con programmi come “Eccezionale Veramente” poi non rimane che fargli l’autopsia. Mettere in gara comici con vent’anni di palco e barzellettieri dilettanti pensando di non fare danni alla categoria, significa essere sprovveduti o in malafede. D’altra parte, finché ci sono comici che pur di andare in tv accettano qualsiasi cosa, non spetta certo agli autori farsi scrupoli. Indubbiamente il fatto di essere visti è sempre positivo. Anche se il programma facesse cento persone di ascolto, sono comunque cento persone che, se sei piaciuto, potrebbero venire a vederti a teatro. Ma credo che si possa lavorare anche senza chinarsi pedissequamente a 90gradi…

COME SI LAVORA IGNORANDO LA TELEVISIONE? QUAL E’ IL SEGRETO?
Mah, studio. A ogni spettacolo mi preparo qualcosa a tema, non salgo mai sul palco come una macchinetta. Va detto che oggi la tv non ha più la forza di un tempo perché sul web puoi trovare di tutto, per vedere qualcosa che ti piace non hai bisogno di stare seduto davanti alla tv a un orario che non sei tu a determinare. E’ un’epoca di cambiamenti e occorre sapersi rinnovare. Pensa alle discoteche, quante sono oggi rispetto agli anni 90? Pochissime, perché hanno chiuso quasi tutte. Questo avrebbe potuto significare la morte di tutti i dj, e invece spuntano come funghi, perché se è vero che non ci sono più le discoteche classiche, è vero che oggi si fa musica nei bar, nei pub dove si mangia, si beve e si balla. .

Questo si chiama rinnovarsi, è la contaminazione e vale anche per la comicità. Se in un programma di approfondimento o culturale o scientifico inserisci dell’ironia, l’effetto è assicurato. Pensa ad esempio al successo del programma Chiambretti Matrix. Certo, lì c’è un top player della tv, ma il punto è che è un programma giornalistico con dei momenti divertenti. Anche le aziende e i manager hanno compreso l’importanza di mescolare le carte per avere più attenzione, dati e ironia, marketing e battute. Lo so bene perché col mio personaggio Funny Manager  lavoro molto con le aziende e i feedback sono sempre entusiasti.

Nota, qui un video del Funny Manager (al meeting nazionale dei Giovani Industriali 2016):

OPINIONE SULLA STAND UP COMEDY
C’è  una generazione di giovanissimi comici che pensa di averla inventata, ma forse che Walter Chiari e prima di lui Ettore Petrolini non facevano stand up? Non sono i canali televisivi che oggi consentono un linguaggio esplicito ad avere inventato lo stand up.  Sul web è più facile fare sketch e recitare monologhi ed essere subissati da apprezzamenti, ma parlare davanti a un pubblico che non ti conosce e conquistarlo a tal punto da farlo ridere è la più grande delle imprese. Il modo più difficile di far ridere. La risata di uno che ti guarda negli occhi vale da sola un migliaio di “like”.

QUALE FORMA DI COMICITA’ DIVENTERA’ PREVALENTE IN FUTURO?
Quella che si lascia contaminare da altri elementi. Come ho detto prima, viviamo un’epoca in cui riceviamo continuamente degli stimoli e anche il più rimbambito di noi (tipo il sottoscritto) è ormai multitasking. Oggi anche lo spettatore più anziano è in grado di ricevere contemporaneamente informazioni su diversi piani e linguaggi, figuriamoci i giovani. Io sto portando uno spettacolo nelle scuole medie e superiori dal titolo “La bellezza ci salverà”, è sul rapporto tra genitori e figli adolescenti. E’ uno slide show realizzato con l’aiuto di psicologi dell’infanzia e responsabili della polizia postale, in cui alterno momenti didattici con altri di puro divertimento. 

MESSAGGIO AL POPOLO COMICO.
Coraggio amici, il nostro è un lavoro duro, ma qualcuno deve pur farlo. Abbiate rispetto di voi, massima umiltà ma sempre con la schiena diritta.

Nota conclusiva: in questa intervista ci sono dei passaggi di una verità disarmante, soprattutto quando parla dei laboratori e del fatto che generino dequalificazione e sempre più lavoro gratuito (e dell’ipocrisia di “provare i pezzi”) o quando analizza il meccanismo tv sbagliato del mettere veterani assieme a esordienti barzellettieri.

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22 Risposte to “Lucio Gardin: un comico che lavora dice la sua sullo stato del live”

  1. Domenico (Mimmo) LA CAVA luglio 26, 2017 a 4:24 pm #

    Una verità disarmante! Una volta la chiamavano gavetta e ora “laboratorio”, una volta c’erano dieci comici e una televisione, oggi mille “comici” e diecimila televisioni. Una volta le giornate erano di 24 ore, ora sono di 36 e sono anche poche perchè tutti vogliono tutto e subito ed è proprio questo che alimenta certi comportamenti “contro natura”. Chi ha stoffa ed e un genio sopravvive al contrario soccombe, questo è quanto.

    • ananasblog luglio 26, 2017 a 5:47 pm #

      oddio 10.000 televisioni forse, ma trasmissioni comiche disboscate rispetto al passato. L’A

  2. Marco luglio 25, 2017 a 8:00 am #

    Ananasblog. Potete fare un post con un elenco di tutti quei monologhisti/stand up comedian che non vanno in tv? Ovviamente sempre con almeno un ora di materiale reperebile su Youtube.
    L’avevo scritto anche l’altra volta ma mi sono trovato una lista di gente che aveva più canzoni che monologhi. Ormai stanno diventando la mia droga. 🙂

    • ananasblog luglio 25, 2017 a 6:01 pm #

      Un po’ difficile da fare, richiede tempo. L’A

  3. Anonimo luglio 24, 2017 a 9:56 am #

    Caro Marco, personalmente non credo che la stand up italiana anni 80-90 si possa circoscrivere a Luttazzi. Altri più anziani di lui già argomentavano su politica, società, droga, aborto, divorzio, potere, religione ecc, perché si erano formati negli anni 70. Non facevano come Pintus, che imita i tamarri che lo fermano in strada o in pizzeria. Poi, tu ed altri, continuate a nominare oreglio, però non si capisce se siete d’accordo o no con lui. Ma solo per chiarezza. In realtà chissenefrega.
    Il grande Lucio Gardin: mi ricorda il cabaret di inizio-metà anni 90, quando si andava in un locale a vedere una serata con due o tre comici veramente di spessore e originali, sperando umilmente di imparare qualcosa.

    • Marco luglio 24, 2017 a 2:00 pm #

      Ciao Anonimo. Quando citi i comici formati negli anni 70 immagino tu ti riferisca a Maurizio Milani che apprezzo molto nonostante venga da Drive In che non amo particolarmente.
      Io non sono d’accordo con Oreglio che sosteneva che ciò che da noi è stato tradotto come “monologhista comico” o “cabaret” altro non era che la traduzione americana di “stand up comedian”. Probabilmente seguendo questo ragionamento la continua presa di distanze da parte delle nuove generazioni di comici da tutto il resto ostentata dall’etichetta “stand up” sbandierata in continuazione è un modo per distaccarsi da ciò che c’è stato prima. Secondo me la stand up oltre ad essere più esplicita ha una struttura diversa sia nel fare le battute che nella costruzione del monologo rispetto alla maggior parte delle cose uscite da noi. E ad ogni modo le nuove generazioni fanno benissimo a prendere le distanze da chi c’era prima se farlo servirà ad avere un identità propria. Se non si sentono rappresentati dall’immagine stereotipata e “sfigata” della comicità proposta negli ultimi anni dalla tv italiana e vogliono farsi chiamare in un altro modo è legittimo. Servirà a creare un pubblico diverso. Mi auguro solo che a tutto questo segua qualcosa di solido.
      Lucio Gardin comunque è molto bravo.

      • Anonimo luglio 24, 2017 a 5:29 pm #

        Ciao! Adoro Milani, Elio, Rezza ecc, ma loro sono coetanei di Luttazzi. Mi riferivo di più a chi nei 70 era già attivo professionalmente, tipo Paolo Rossi, Patrucco, Lella Costa o anche Grillo, che, per motivi generazionali, hanno vissuto un ambiente che ha influito sulla loro arte. Grazie per il chiarimento, perché in passato, magari in post non tuoi, sembrava venisse sostenuta sia la tua tesi che quella di Oreglio. Io – mia opinione, che conta meno di zero – non sono totalmente in disaccordo con lui. In ogni caso spero che per definire i confini di un genere non si sia arrivati al punto di pendere dalle labbra di chicchessia. Magari anche di Oreglio, se si aprisse un dibattito così “straziante”, come questo sulla stand up, scopriremmo che non fa il vero teatro-cabaret gaberiano a cui si ispira.
        P.S: Non sono mai riuscito a capire se Milani sia stato veramente a Drive In. Ma comunque è “lo Zelig” che l’ha lanciato, quando Gino & Michele osavano, sfidando la rabbia di comici sicuramente più professionali, ma che venivano tenuti ai margini. Poi arrivò il grande salto berlusconiano a ribaltare tutto.

        • Anonimo luglio 24, 2017 a 5:59 pm #

          Correggo: teatro-canzone gaberiano.

  4. ananasblog luglio 24, 2017 a 8:53 am #

    Beh, qui Walter se li mangia tutti https://www.youtube.com/watch?v=aaq4IAjpijY

  5. Marco luglio 24, 2017 a 8:14 am #

    Sono d’accordo su tutto ciò che ha detto, ma dire che Chiari e Pretolini facessero stand up vuol dire non avere la minima idea di cosa sia la stand up, i suoi tempi e il suo linguaggio. Come quando Oreglio diceva che la facevano anche prima solo che la chiamavano cabaret.
    Se stare in piedi con un microfono oltretutto neanche in mano è stand up allora anche Pintus è stand up e anche Fiorello lo è e anche Giacobazzi. Ma allora buttiamo tutto nello stesso calderone e qualunque stronzo con un microfono è stand up.
    Nessuno ha mai detto di averla inventata ma solo di averla diffusa come fenomeno.
    Se vogliamo mettere i puntini sulle i anche Luttazzi la faceva ma era l’unico all’epoca quindi era un caso isolato.
    Non buttiamo tutto sullo stesso calderone. Massimo rispetto per Walter Chiari ma da qui a definirlo stand up ce ne passa.

    • Giaino luglio 24, 2017 a 9:08 am #

      Tu invece hai perfettamente idea di cosa sia la stand up vedo. Se Emo Philips fa stand up non vedo perchè non si possa dire di Petrolini. Seinfeld si (tempi e liguaggio) e Chiari no? Tecnicamente PIntus fa stand up esattamente come Martufello (e all’estero il problema non si sarebbe neanche posto). Andate a vedere qual è la vera definizione e non basatevi solo su quelle combriccolari nostrane. Oppure usatela come scudo, ma avrete solo confuso la provenienza dei dardi.

      • Marco luglio 24, 2017 a 9:54 am #

        Tecnicamente Pintus non fa stand up caro. Ma non lo dico perchè lo dice qualcun’altro, non mi interessa ciò che pensa Giardina o Montanini o chiunque altro. Pintus sa fare le voci, sa fare imitazioni, potrebbe fare stand up, potrebbe fare monologhi come Russel Peters che sfruttano le voci e gli accenti per raccontare la società ma invece non lo fa e fa imitazioni fine a sè stesse che fanno la battuta con allusione sessuale con la voce di Berlusconi. E non tirare in mezzo Martufello per favore. Loro lo stile di Emo Philips nn ce l’hanno neanche da lontano, ma proprio zero. E non sto dicendo che non siano bravi a fare ciò che fanno, ma solo che non è stand up.
        All’estero il problema nn si sarebbe posto ma all’estero la stand up come fenomeno diffuso c’è da anni.
        Dire che Pintus faccia stand up è come dire che Jovanotti e Celentano facevano rap.
        Se dire due rime su una base a quattro quarti fosse fare rap allora anche Tiziano Ferro lo fa e anche gli 883 del primo disco.

        • Anche luglio 24, 2017 a 10:18 am #

          Stand up è una modalità, attraverso cui puoi raccontare la società come Peters oppure no. Il fatto che Pintus o MArtufello siano risibili nel panorama che evochi (anche secondo me) è un altro discorso. Non c’è alcuna polemica da parte mia, dico solo che quando i ‘nuovi comedian’, che conosco e molti dei quali ammiro, si libereranno dall’ossessione di transennare l’idea di stand up (e molti, i migliori, intelligentemente non lo fanno più) sarà meglio per la comicità in generale e i nuovi Pintus e Martufello torneranno ad essere semplicemente comici poco interessanti. Esattamente come alcuni sedicenti standappari.

          • ananasblog luglio 24, 2017 a 10:58 am #

            Ne approfitto per dire che, in una fase di transizione come questa, pure la stand up deve trovare una sua strada, diventare adulta. L’A
            Di più nin zo

        • Anonimo luglio 26, 2017 a 1:58 pm #

          E mentre parlano di me, me ne sto al mare ormai da mesi a godermi la vita. Adoro tutto questo.
          Continuate pure.

          • Anonimo luglio 26, 2017 a 4:26 pm #

            Buone vacanze Martufello!

        • Anonimo agosto 25, 2017 a 8:39 pm #

          Tutti questi esperti l’hanno visto almeno una volta Pintus a teatro, dove è libero di fare quello che vuole e dire quello che gli pare? O si limitano ai cinque minuti di televisione (che Pintus dovrebbe lasciar perdere, dato che non è un comico televisivo)? Magari non sarà stand up (perlomeno non quella che vi credete voi), ma certo non sono imitazioni fini a loro stesse. Anzi le imitazioni le sta abbandonando, ogni tanto le tira in ballo quando non sa cosa dire. La società la racconta eccome, e pensate che lo fa in maniera talmente “politicamente corretta” che gli han dato contro per una battuta detta nell’ultimo monologo portato a Colorado (e già è dire poco dato che quel monologo misero sull’abuso dei social era già spanne sopra al livello di Colorado, nella sua confusione un po’ risentita).
          Pintus è uno di quei comici che si sanno contaminare, come dice l’egregio Gardin, ed è uno di quelli che sanno dare fastidio, basta vedere come si evita di parlarne nei giri d’interesse. Non fa laboratori, non si vende per un cachet composto da un piatto di pasta. E sì, che vi piaccia o no, fa stand up. Ha un umorismo all’ anglosassone e certe volte è anche abbastanza volgare, si può tranquillamente dire che ha un certo gusto per i doppi sensi. I tempi comici sono praticamente perfetti (a teatro), non si premura di non offendere il pubblico (a teatro, ma come detto, nell’ultimo monologo televisivo si è lasciato un po’ andare, anche se ha cercato di rimediare con la predica finale -che a teatro non fa). Ah, e non se la tira come certi altri. Questa già è una qualità apprezzabile in un comico, l’umiltà.

          • ananasblog agosto 28, 2017 a 10:24 am #

            Grazie per la bella analisi del Pintus (che salutiamo) sul versante live e teatrale. l’A

          • Facendo settembre 5, 2017 a 9:38 am #

            Facendo un parallelo con la musica, qualcuno che ne mastica, si è mai scandalizzato per le critiche a Pezzali, Cremonini o simili? No, mai. Perché si sa che i grandi sono De André, Fossati, Conte, ecc. E anche qui, che siamo su un blog di addetti ai lavori o di fruitori appassionati e competenti, è naturale che chi è cresciuto con certi modelli di comicità non riesca a trovare in Pintus tutto questo talento. Poi, e per fortuna, il pubblico è libero di riempire i teatri quando c’è lui, ci mancherebbe!

            • Anonimo settembre 6, 2017 a 1:20 am #

              Non esistono “addetti ai lavori” in campo dell’arte. Esistono gli esperti in campo scientifico, in campo sportivo, in campo edilizio, in campo militare eccetera. In arte esiste chi ci sa fare, ed esiste il pubblico. E nel pubblico, esiste chi sa riflettere e chi si fa trascinare. Ma “addetti ai lavori”, hahahahaha! L’arte è la cosa più soggettiva che esista. Una canzone è perfetta per uno e a malapena orecchiabile per l’altro. Un piatto è delizioso per uno e un’accozzaglia di sapori per un altro. Un libro è avvincente per uno e scontato per qualcun’altro. Un vestito può essere particolare per uno ed eccentrico per l’altro.
              Montale è un genio per uno e uno sfaticato per qualcun’altro. Un comico è un artista per uno e un poveraccio per un altro.
              In arte vige il De Gustibus, non “l’addetto ai lavori”.
              Esistono stili, esistono opinioni, esistono approcci e tecniche diverse. Quella che non esiste è una definizione universale di “talento” della quale possono servirsi i cosiddetti “addetti ai lavori” che masticano per erigere e demolire a piacimento.

              • D'Accordo settembre 6, 2017 a 8:30 am #

                D’accordo. Ma allora non stigmatizziamo chi pensa che Pintus sia: a malapena orecchiabile, un’accozzaglia di sapori, scontato, un poveraccio. De Gustibus!

                • Anonimo settembre 6, 2017 a 1:10 pm #

                  Beh, ovvio. Non si può piacere a tutti, lo sanno anche le assi del palco. Piacere a tutti significa che hai così poco carattere che anche i sassi si identificano in quello che dici. Direi che è una tragedia maggiore che avere un pubblico ampio e acquoso.

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