La profezia della scomparsa del live (correva il 2010)

7 Giu

Antefatto: “Quello che 10 anni fa scrivevi sul blog  si è realizzato. Avevi capito con anni di anticipo che un certo tipo di comicità era defunta”. Questo riconoscimento mi è stato recapitato en passant, durante una telefonata in cui si parlava di tutt’altro. Lo riferisco non per vantarmi, poiché ogni “cartomante” vorrebbe prevedere solo cose belle e futuri pieni d’amore, denaro e realizzazioni spettacolari. Un cartomante obiettivo, comunque, dovrebbe riferire ciò che vede (nel 2019 la tendinite peggiorerà, andrai in rosso in banca, scoprirai di avere le corna…) 

La cosa mi ha dato comunque da pensare, considerando  che 10 anni fossero un tempo esagerato, che la profezia della crisi epocale del cabaret italiano fosse molto più recente. Invece no, andando a ritroso nel tempo, ho verificato che una serie di post dedicati all’argomento risale al 2010 (la bellezza di 9 anni fa, un abisso di tempo) Per recuperarli tutti basta digitare “Lo sterminio del live” nel motore di ricerca del blog.  Quello che stupisce è la brutalità del titolo. Nel post iniziale (leggi qui). L’attacco recitava così:

INIZIA un’inchiesta cui è stato dato il titolo “Lo sterminio del live”, dedicata al forte e (forse) irreversibile calo del lavoro dal vivo.

SI TRATTA di gran lunga del problema più grave esistente, per il semplice motivo che un comico che non lavora o lavora poco è come se fosse mutilato. La separazione tra il comico e il lavoro live è qualcosa di traumatico, innaturale, a lungo andare insopportabile da sostenere.

LA CRISI è nel suo pieno, ha già destabilizzato il mondo del cabaret (e le sue derivazioni) creando una precarietà e un’insicurezza generalizzate; un abbassamento della qualità e della professionalità.

La crisi era entrata in campo con il brusco declino degli anni d’oro del cabaret. Quegli anni di boom erano trainati dall’eccesso di Televisività, dal ridurre sia live che tv a un unico pastone monotematico (il pezzo da 3 minuti, ritmo, ritmo, tormentoni). Lo sfruttamento commerciale, che tendeva ad allargare sempre di più la comunità dei partecipanti, era ovviamente insostenibile.

Il live scricchiolò per primo seguito dalla sempre minore resa delle apparizioni televisive (adesso quasi azzerata tranne alcune eccezioni). Anche se nel lontano 2010 tutto sembrava luccicare, Zelig, dal Teatro degli Arcimboldi, sparava standing ovation magniloquenti chiamate da Claudio Bisio e Vanessa Incontrada, Colorado si godeva un 14,8% di share medio (vedi qui) e più di 3 milioni di spettatori a puntata.  

Lo sfruttamento commerciale cabarettistico, già allora, creava due forti aree di disagio: A) la differenza tra i sogni di gloria e le difficoltà o l’impossibilità di raggiungerli B) il dover creare materiale comico che fosse televisivo e che era imposto dall’alto. Quando il disagio materiale e quello artistico si fondevano assieme, l’insofferenza diventava acuta.

Così non era solo il blog a percepire il problema, c’erano quelli che lo vivevano sulla loro pelle. Alcuni nel corso degli anni hanno trovato una soluzione: scappare dalla fabbrica di tormentoni e andare a fare cose più consone alle proprie aspirazioni. Talvolta seguendo i consigli di Nancy Sinatra. i loro percorsi professionali e artistici sarebbero interessanti da raccontare… ma questa è un’altra storia.

Ananas Blog 

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