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i comici e la discriminazione verso loro stessi

17 Lug
dal sito di immagini gratuite Pixabay.com

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Che cos’è “l’auto discriminazione”? E’ quel punto di vista per cui ciò che succede al comico è meritato poiché egli fa parte di una “categoria” composta di: deboli, stupidi, ipocriti, eccetera. Se la categoria è così merita qualsiasi “punizione”. Il tema viene fuori spesso, l’ultima volta dopo l’annuncio della fine di Zelig (che poi sarebbe uno stop di un anno). Molti hanno “esultato” sui social network. Le critiche che mi è capitato di leggere o che mi sono state fatte di persona sostenevano che queste persone avevano fatto i laboratori, i provini quindi non potevano esprimere critiche poiché erano “coinvolti” nel sistema. Questo descrive un quadro di persone deboli, ipocrite, opportuniste, tratteggiato dagli stessi addetti ai lavori. Si tratta di un caso di auto discriminazione.

Succede sempre, quando si parla della scarsa incisività del comico nei confronti del proprio ambiente, vuoi per la mancanza di diritti o di un’associazione di categoria o di iniziative politiche ridotte a zero e di sottomissione a un numero ristretto di manager / produttori. Viene fuori che i comici non combineranno mai niente di incisivo perché sono (ipocriti, eccetera, eccetera). Questa discriminazione inflitta a se stessi è sia sbagliata che falsa. Vediamo di spiegare bene perché:

E’ vero che la comicità vive un momento di recessione che è soprattutto creativa ed economica, ma non è sempre stato così. La nostra comicità ha una tradizione molto nobile fatta di coraggio, talento, creatività. Il Made in Italy della risata è stato uno dei più forti al mondo (vedi il successo planetario della commedia all’italiana). Adesso non se lo fila nessuno fuori dai confini nazionali ed è incartato in format ripetitivi e senz’anima, intrappolato nella recessione economica. Ma si tratta comunque di un periodo, non di una continuità nel tempo.

Questo blog fa coincidere l’inizio del declino con l’esplosione degli scalettoni di cabaret di prima serata. Che poi l’ambiente sia stato travolto da questa “onda anomala” è un dato di fatto, ma non si possono colpevolizzare gli abitanti della costa se subiscono delle distruzioni da uno tsunami (ipocrita, hai bevuto acqua e sei quasi affogato!).

Certi comportamenti non c’erano prima, si sono sviluppati negli anni d’oro del cabaret, stanno declinando, un giorno non ci saranno più. Nessuno sogna di vestirsi da castoro e di dire tre volte in un minuto il tormentone “sei un gran pezzo di diga!” a meno che qualcuno non crei artificialmente la necessità di vestirsi da castoro, soprattutto quando vestirsi da castoro non è neanche più redditizio economicamente (e nessuno, a casa, in ufficio, a scuola ripete: “sei un gran pezzo di diga!”).

Allo stesso modo il comico che è incapace di associarsi e di proporre qualcosa di politico, è un pregiudizio. Allora Beppe Grillo? Era un comico, adesso è il secondo partito italiano.

Qualcuno vi dice che quello che sta succedendo è colpa vostra? Che non potrete mai fare niente per cambiare le cose poiché siete deboli di natura? Quel qualcuno vi sta discriminando. Se, invece, avete voi la sensazione che sia così, è un caso di auto discriminazione. Ed è sbagliata.

Ananas Blog

il Fondo dello Spettacolo, di Davide Colavini: per capire o per riscoprire

16 Feb
Il Fondo dello Spettacolo (copertina)

Il Fondo dello Spettacolo (copertina)

Il Fondo dello Spettacolo è il primo romanzo del comico, attore, autore, regista e amico Davide Colavini. Si tratta di un romanzo di formazione il cui protagonista è Renato Cavazza, “un cabarettista malato di protagonismo timido. Non ha nemmeno tanto talento, ma è determinato alla causa”, preceduto da una bella e sentita prefazione di Enrico Bertolino (Questo Renato Cavazza è il ritratto della mia generazione di comici innamorati del palco…). Già perché Bertolino viene da quel tipo di gavetta, tanto che, tra molte cose giuste, ci rammenta che “Il locale è ciò che ha permesso alla mia generazione di creare quegli anticorpi da renderci capaci di gestire un palco a un matrimonio o di far da scaldapubblico in una festa di paese in piazza”.

Il romanzo non parla solo agli addetti ai lavori, è il resoconto di tante vocazioni lavorative su cui, alla fine, prevarrà quella di far ridere; che si dipana tra amori, lavori improbabili, tecniche di sopravvivenza, rapporti familiari, crisi esistenziali e momenti di esaltazione; passaggi epocali come quello a cavallo tra l’illusione degli anni ’80 e la disillusione degli anni ’90, per poi giungere all’imprevedibile finale. Continua a leggere

la saggezza di Nancy Sinatra

25 Set

nancy-sinatra

Nancy Sinatra, figlia di Frank, ha un passato di ballate struggenti, vagamente ipnotiche, scritte da Lee Alzewood, un genere definito Cowboy Psychedelia o Saccharine Underground. Una di queste è So Long Babe, che invita a liberarsi dall’ossessione del successo, poiché talvolta l’andare via è più vincente del persistere.

Nancy Sinatra, con quell’aria indolente da gatta morta, tipica di chi è figlia di uno più che famoso, venuta fuori anche bella e sexy, che ha avuto pure successo di suo, ha qualcosa da insegnare ai comici di adesso? Sicuramente sì, a quelli che Continua a leggere

monologhisti: l’unica via possibile è il monologo

1 Lug
Stand up comedian

Jerry Seinfeld + una luce + un microfono

Una cattiva notizia e una buona: la cattiva è che il monologo, lo stand up comedian è stato totalmente sradicato dalla tv; la buona è che la formula stand up (un palco, una luce, un microfono e basta) è ancora lì,  vergine e può essere usata.

NON FUNZIONA

Che il monologo in tv non funzioni è un preconcetto che parte da lontano, probabilmente da quando le trasmissioni comiche sono diventate degli “scalettoni” (leggi qui), cioè dei varietà televisivi basati sul ritmo, il cui scopo è quello di fare più telespettatori possibile (e basta). La fobia del monologo forse ha a che vedere con le “curve d’attenzione”, per cui deve succedere sempre qualcosa di “forte” non solo tra un pezzo e l’altro, ma all’interno di un singolo pezzo televisivo: il tormentone dev’essere ripetuto almeno tre volte, bisogna ottenere una risata almeno ogni 20 secondi, eccetera.

Lo spettatore va “bombardato di stimoli” altrimenti cambia canale o si addormenta. Il monologo richiede troppa concentrazione, ci mette troppo a entrare nel vivo, rischia di durare troppo.

RIMEDI

L’universo Zelig – Colorado – Mediaset ha sempre ovviato a questa presunta debolezza cercando di spettacolarizzare il monologo. Innanzitutto coi Continua a leggere

ricerca sull’umorismo dell’Università di Zurigo

12 Giu

Alberto Dionigi, ricercatore in psicologia dell’umorismo presso l’università di Macerata ha segnalato ad Ananas Blog un interessante progetto di ricerca relativo all’umorismo. Egli attualmente si trova a Zurigo presso il dipartimento di Psicologia, sezione di Psicologia della personalità, diretto dal Prof. Willibald Ruch e sta lavorando a una ricerca volta a valutare l’umorismo di diverse categorie di persone. Sarebbe interessante valutare anche quello dei comici (e autori) italiani.

La partecipazione alla ricerca prevede la risposta ad un veloce questionario sull’umorismo (12 domande),  più alcune domande
sociodemografiche (età, sesso, etc). Il compito richiede un impegno di circa 5 minuti ed è completamente anonimo. Il link per accedere al sondaggio è il seguente:

https://www.surveymonkey.com/s/G6QWRGG

Ananas Blog

La necrofilia del comico Beppe Grillo

27 Apr

 

lo Stand Up Comedian e "Biofilo" Bill Hicks

lo Stand Up Comedia e “Biofilo” Bill Hicks

Lo psicanalista tedesco Erich Fromm, nel suo saggio “Anatomia della distruttività umana” sostiene che l’uomo sia conbattuto da due pulsioni: biofilia (spinta verso la vita) e necrofilia (spinta verso la morte). Un punto di riferimento del termine necrofilia è il motto dei falangisti spagnoli Viva la Muerte!. Non si tratta quindi solo di odiare gli avversari, ma la vita stessa e compiacersi di un linguaggio fatto di immagini di distruzione e di morte.

Il comico Beppe Grillo, la cui biografia è segnata da un incidente d’auto in cui perirono 3 persone, è ossessionato dal linguaggio necrofilo: tutto è morto, in putrefazione, seppellito, oppure sta per morire o sta per essere distrutto (che siano i partiti, le persone, le istituzioni, il nostro paese, la sua economia, l’Europa stessa…). Una volta si usciva dai suoi spettacoli con l’effetto rinfrancante delle risate e con qualche proposta magari strampalata, ma costruttiva. Adesso c’è poco da ridere. I suoi seguaci sono sempre più cupi, ingrugniti, seppelliscono d’insulti chiunque non risponda alle parole d’ordine pseudo necrofile. Adorano la morte… Per esempio:

Lo stand up comedian Bill Hicks (vedi biografia su Wikipedia) è il prototipo del comico infinitamente superiore a Beppe Grillo, non solo perché Continua a leggere

Zelig: manipolazione e uso del mistero

16 Mag

Non si sa niente… non hanno deciso…

Meglio la fama della battuta?

11 Mag

Ridere, perché?

Zelig e la pratica del love bombing

8 Mag

Venite, venite ai laboratori…

depressione da reality… e il cabaret?

3 Mag
Enrico Lucci

 Mercoledì 21 aprile Le Iene si sono occupate di Depressione Post Reality, che coglierebbe soprattutto gli ex partecipanti al Grande Fratello, una volta passata la sbornia della popolarità. Il fenomeno è già conosciuto in Inghilterra, India, Stati Uniti.

Enrico Lucci ha realizzato un servizio per molti versi duro e shockante (guarda il video).

Il disagio è intuibile: passi da una situazione in cui tutti ti riconoscono, fai serate in discoteca, gli sponsor ti cercano a una in cui non ti fila più nessuno. Il ricordo della “sbornia” ti perseguita. Tornare a fare un mestiere normale è difficilissimo.

Che poi ci fosse come conseguenza anche la depressione, non era così scontato.

Nel campo del cabaret esiste una situazione simile? È strano, ma la decisione definitiva di aprire il blog è arrivata quando mi sono stati segnalati casi di depressione tra ex di Zelig Circus ritornati a fare i laboratori. È quella la molla che ha fatto scattare il “Se non ora, quando?”

Non ho mai avuto modo di approfondire l’argomento, ma ritengo possibile che le devastazioni psicologiche post Zelig (e Zelig/Colorado) siano molto, ma molto più gravi di quel che si pensi.

Il problema rimane nascosto anche  per gli atavici sensi di colpa che i comici provano (è tutta colpa degli individui, quindi è tutta colpa mia) e dalla mancanza di informazione.

Con i reality ci sono delle differenze: per esempio la popolarità da Zelig prima serata è passata per molti, però il sistema ha offerto loro ancora una dose di speranza: tornare a fare i laboratori e i provini (che forse è peggio). La porta non si chiude mai del tutto, come invece succede agli ex Gieffini.

Il sistema comico, per certi versi, è molto più crudele, soprattutto verso quelli che non ce l’hanno ancora fatta. La gente viene sottoposti a cicli continui di speranze pompate al massimo e di delusioni cocenti, spesso senza arrivare neanche a fare una puntata di Zelig Off.

Forse è peggio di quanto si pensi, ma la verità è assorbita dal principio che chi sta in alto e comanda è innocente, chi sta sotto è colpevole delle proprie condizioni.

Forse un giorno ci sarà qualcuno che romperà il muro del silenzio e avrà voglia di raccontare…

Roberto Gavelli, Amministratore di Ananas Blog (è un lavoro pulito, ma qualcuno lo deve fare)

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