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I racconti di Zelig (vitelloni sulla Martesana)

22 Lug
Dovevamo pubblicare un bel racconto su viale Monza 140 agli albori, con Paolo Rossi, Bebo Storti, Aldo Giovanni e Giacomo, Forest, eccetera, prima che arrivassero “I dittatori dell’agenzia libera di Bananas”, ma l’autore ha avuto un blocco dello scrittore e si è fermato a metà. Così ripieghiamo su un “fondo di magazzino” che però un minimo di interesse ce l’ha: serve a capire quali siano le tecniche di seduzione del maschio Zelig. Prendete nota e poi applicatele in vacanza, sulle spiagge italiane…
Una sera vado a Zelig con un gruppetto di amici solo per vedermi lo spettacolo e bermi una birra (che non è neanche buonissima).
Alla fine dello spettacolo sono lì in giro che recupero la compagnia per caricarla in macchina e vedo che uno zelig man ha agganciato una mia amica e la sta tampinando. Manca solo lei, siamo pronti a partire, che è parecchio tardi.
“Sono uno importante qua… ti do il mio numero di telefono…” (sento che bisbiglia).
Mi avvicino e lo zelighista mi urla di stare alla larga, aggressivo. Ci rimango così… muovo qualche passo e il tipo mi ringhia ancora di stare lontano.
Rimango basito: questo qua vuole tampinare la ragazza, ma si vergogna di quello che dice, quindi non vuole che ci siano testimoni, quindi dovrei girare al largo.
“A’ brutto insicuro” penso (uso una parola più pesante, più francese).
La cosa va avanti ancora, con lui che mi urla di non avvicinarmi. Se non dovessi svegliarmi presto domattina la butterei sul ridere. Invece sono furioso e ho voglia di prenderlo a calci per la sua stupidità arrogante: non posso avvicinarmi alla mia amica, perché il tipo deve fare il suo tentativo di seduzione e  non si sente a suo agio se qualcun altro ascolta quello che dice.  
Altro tentativo di avvicinamento, altro ringhio.
Dopo un po’ parte un vaffa a mezza voce, entro sul goffo tacchinaggio e la cosa finisce lì, mentre lo zelig man mi lancia uno sguardo da psicopatico, tipo “questa me la paghi”. Potrebbe anche esserlo, psicopatico, meglio non provocarlo.
Chiedo scusa alla mia amica, le spiego che l’ambiente è un po’ così, anche se non riesco a spiegarlo bene. Parlo male del tipo, lo copro di parolacce, lei concorda sugli insulti.
E ce ne andiamo assieme agli altri amici via da viale Monza 140.

I racconti di Zelig (appendice 3)

19 Lug
Un altro racconto delle spumeggianti serate in viale Monza 140 spedito da un lettore. Qui abbamo preferito tenere le tante parolacce perché erano necessarie. L’episodio, così breve, è molto interessante e rappresenta magnificamente il cinismo con cui si trattano le persone laggiù, nel regno dell’allegria.
Esco fuori a fumare una sigaretta, nel cortile davanti al tempio del cabaret, viale Monza 140.
Mi infilo in un gruppetto di gente. C’è uno che sta parlando, si vede dal modo di fare che sta per dire qualcosa di molto, molto divertente.
Ma sì, ascoltiamolo, facciamoci due risate.
“Sono arrivati questi tre, un trio comico, dalla Sicilia…”
Chissà che aneddoto penso io.
“… c’avete presente? Tutti mezzi spauriti, mezzi stravolti, stanchi!”
Non fa ridere, penso sempre io, ma siamo all’inizio.
“…Mi fanno: avevamo un appuntamento con Giancarlo Bozzo (direttore artistico di Zelig NDT). E io: qua non c’è nessun Giancarlo Bozzo…”
Olè, siamo allo scherzo tipo Amici Miei, ai ceffoni sul binario!
“Oh, ci rimangono di merda, io dico ad alta voce: ci sono altre vittime di Giancarlo Bozzo, il truffatore! Vado avanti ancora, poi gli spiego che era uno scherzo, ma loro, giuro, sono rimasti stravolti tutta la serata, sti tre coglioni!”
Nessuna risata grassa, qualcuna finta, io tiro 5 boccate di sigaretta di seguito per non sputare per terra.
Torno dentro, penso a questi 3 che si sono fatti un viaggio lunghissimo, che hanno speso qualche centinaio di euro, probabilmente per non ottenere risultati e poi vengono anche presi per il culo.
Cornuti e mazziati, qui in viale Monza 140

I racconti di Zelig (appendice 2)

15 Lug
Prosegue l’invio di “racconti apocrifi” sulle belle serate in viale Monza 140 da parte dei lettori. Questo è breve ma interessante: l’amico con cui hai condiviso tante cose che, a contatto con l’aria che si respira là dentro, diventa acido, maleducato,  poco rispettoso, e chi più ne ha più ne metta…
 
Cammino lungo il corridoio del tempio del cabaret, in viale monza 140.
Qualche giorno prima avevo chiamato per avere un paio di entrate al laboratorio, avevo anche premesso che non mi facevo illusioni televisive, che avevo voglia di salire su quel palcoscenico e basta.
Apro la porta tagliafuoco del camerino, alcuni che non conosco mi guardano e mi sorridono, un sorriso incerto con una luce negli occhi tipo chiedersi chi fosse costui. Essendo una persona educata saluto e mi metto in un angolo, in attesa
Questo camerino dove sono passati tanti pezzi da 90 della comicità non è più lo stesso: una soppalcatura, spazio per mettersi i microfoni, monitor, stampanti … accidenti come cambiano le cose.
Arrivano tutti e anche i presentatori con i loro autori personali. Saluto il tipo che con me è sempre gentilissimo ed educato, saluto una lei che conosco, il sorriso è di circostanza, gli occhi sono altrove.
In fin dei conti sono qui per fare il comico sul pubblico, non devo essere simpatico a nessuno dietro le quinte.
Arriva un pezzo da 90 dei comici, uno che di palchi ne ha vissuti tanti. Mi saluta e si ferma 1 minuto a parlare con me. Gli occhi dei presenti, vedendo la confidenza e la solarità di quel minuto, cambiano luce nei miei confronti. Me lo fa notare anche il mio amico/pezzo da 90: è una cosa buffa.
Poi arriva uno degli autori responsabili del laboratorio. Sorrido nel vederlo: ci conosciamo da anni, abbiamo condiviso tante cose serate, concorsi, e anche speranze e anche confidenze.
Lo saluto cordialmente e lui mi rispose con un “Ciao” inespressivo, tirando dritto per la sua strada.
Fa la scaletta e quando arriva al mio nome, mi chiede quale sia il mio pezzo e poi aggiunge: “Ogni tanto ci riprovi a far parte della televisione!” Il tono è sarcastico, offensivo, ad alta voce perché sentano tutti… non sembra neanche lui (per come lo conosco).
Dopo qualche minuto mi si avvicina il pezzo da 90 che avendo capito la maleducazione del tipo (ex persona con cui ero in confidenza, ora diventato str… come per magia), mi dice sottovoce: ”Cerca di capirlo, tentava di fare il simpatico.”
Questo accade in viale Monza 140.

I racconti di Zelig (appendice)

14 Lug

Il lungo racconto diviso in 6 parti su una tipica (e un po’ lugubre) serata passata in viale Monza è stato molto apprezzato. In un periodo estivo ha totalizzato più di 400 contatti (tantissimi) e ha mosso la memoria di molti. Ognuno è andato alla tristezza delle sue serate da quelle parti e ci sono addirittura arrivati altri racconti. Erano scritti in  modo un po’ emotivo, ma alla fine è l’emotività a dominare da quelle parti. Questo che pubblichiamo è molto interessante perché mostra le piccole irregolartità, le piccole prepotenze, le piccole umiliazioni cui devi adeguarti se vuoi stare là, tra gli dèi del cabaret. 

UNA SERATA IN VIALE MONZA (COME SEMPRE…)

 È domenica, chiedo al mio collega se questa sera mi accompagna: ci sono dei miei amici di Ravenna che si esibiscono al Laboratorio Zelig. Lo convinco e alle 20 sono a casa sua per partire per Milano, viale Monza 140. In auto mi confida che non ha nulla di nuovo e che per andare là domenica bisogna prima chiamare “Gianca”. Gli ribadisco che sarebbe stata una serata di relax, una birra, quattro chiacchiere, a mezzanotte a casa.

Arriviamo a Zelig per le 20.30, entriamo in quelli che sono i camerini. Nello stanzino ci sono due autori. Ci chiedono se vogliamo salire sul palco. Io e il mio collega ribadiamo ai due “portinai” che siamo in visita di cortesia. Ma uno dei due mi dice che non importa e che ci avrebbe segnati lo stesso. Alla fine fa quello che più gli pare e ci mette in scaletta: io il primo e il mio collega come secondo. 

 Nel frattempo arrivano molti altri comici tra i quali gli amici attesi. Vedendo il numero di “risorse umane” chiedo che ci cancellino dalla scaletta. Mi fanno capire di non preoccuparmi. 

Passa qualche minuto e arriva LUI l’autore con la responsabilità del laboratorio, guarda la scaletta dicendo che non sarebbe stata possibile una mia esibizione. Senza staccare gli occhi dal foglio di carta e facendosi sentire da tutti dice: ”Ci sono delle regole ben precise, per accedere al laboratorio della domenica, bisogna prima chiamare Gianca e poi se lui dice sì, si può salire sul palco. Capito?” E pronuncia il mio nome ad alta voce in modo che sentano tutti, senza muovere gli occhi dal sottile pezzo di cellulosa. Poi si rivolge all’amico che mi accompagna e dice: “tu avrai due interventi da 5 minuti.” 

Mi si ferma il sangue per un decimo di secondo e quasi sbotto, ma mi trattengo. L’autore finisce di fare la scaletta, la serata inizia e lascio che il mio amico faccia due interventi. 

Mi avvicina all’autore e cortesemente gli dico che avevo bisogno di spiegazioni. Lui con l’aria incredula, che qualcuno potesse proferir con lui in quel modo, mi dice che lo avrebbe fatto. Tenendolo per un braccio lo prego di sedersi: le spiegazioni le voglio in questo preciso istante. 

Gli dico come si era svolta la serata, che mi avevano chiesto i suoi “portinai” se volevo salire sul palco e che mi avevano voluto segnare loro, nonostante avessi chiesto di cancellarmi. Gli faccio notare che il suo modo di sottolineare che ci fossero delle regole, aggiungendo il “capito” e menzionandomi sul finale senza sapere come fossero in realtà le cose, lo avevo trovato offensivo.  

La sua risposta è: “ Tutto torna in fondo! Tu non volevi salire, noi non ti abbiamo fatto salire perché non hai telefonato. Perché prendersela tanto?” e con aria da sommo sacerdote aggiunge “che in quel Laboratorio non si fanno favoritismi a nessuno”. 

 Gli faccio capire di non pigliarmi per il culo, che anche il mio collega non aveva chiamato nessuno, eppure due spazi da 5 minuti glieli aveva dati. 

 Questo in Viale Monza 140… 

 

I racconti di Zelig 6

13 Lug

Mentre calano le prime ombre della sera, si chiude il sipario sull’allegra lettura da obrellone…

UNA SERATA IN VIALE MONZA 6 (di Alex)
I momenti finali sono i più pesanti. La stanchezza dilata il senso del tempo. Speri che sia finita e c’è ancora qualcosa, poi ancora, poi ancora. È un overbooking, un eccesso di “prenotazioni”, solo che nessuno rinuncia e l’aereo parte strapieno.
Lo spettacolo per fortuna finisce. È l’una passata, orario forse quasi sopportabile quando ci si diverte, e non è questo il caso. Il pubblico inizia a uscire anche se c’è chi si ferma a parlare con qualcuno. Vola qualche foto, soprattutto col big che si è esibito questa sera perché doveva provare un pezzo nuovo.
Adesso è il momento della resa dei conti. Ci sono troppe cose da chiedere e la necessità di avere qualche risposta si ingigantisce. Andarsene a casa senza una parola, uno straccio di informazione sarebbe una sconfitta, ma come fare?
I pezzi da 90 sono impegnati in conversazioni confidenziali/scherzose. C’è la fila davanti a loro. Non proprio la fila tradizionale, ma gente che “staziona” nei pressi pronta a intervenire quando chi c’è prima ha “levato le tende”.
Però, magari coi pezzi da 90 non c’è quella confidenza per chiedere loro «Come sono andato? Ho speranze? Mi prendete?». Cambierebbe poco. Le riposte sarebbero comunque vaghe, finte, evasive. Quelli che hanno progettato questa “trappola per catturare esseri umani” mica ti dicono qual è il sentiero per evitarla.
La scelta è tra il ritorno verso casa più veloce che si può, e il tentare di prendersi una dose di informazioni che consentano di sperare ancora, che calmino un po’ la condizione di incertezza e di insicurezza.
Magari sarebbe il caso di parlare con qualcuno che fa parte della “cerchia superiore”, che non conta molto, ma che può dirti qualcosa.
«Guarda non so niente, non si sa niente, non hanno ancora deciso» potrebbe dire. Chissà se questa gente ci crede davvero alla frottola del management perennemente indeciso. Prima o poi dovresti renderti conto che Babbo Natale non esiste…
Magari si potrebbe parlare con un collega di quelli dalla lingua sciolta che sanno tutto, che magari ti dica quelle parole che vorresti sentirti dire. Ma si tratterebbe di voci di terza mano.
Qualcuno accarezzerà l’idea di andarsi a bere una birra nel locale accanto, assieme alla truppa residua, cercando di sapere qualcosa di più in una situazione meno difficile.
Qualcuno penserà a come si entri nell’elite. Forse partecipando alle loro partite di calcetto? Forse è proprio quella birra bevuta dopo lo spettacolo il primo gradino dell’iniziazione? E se poi vai lì e non c’è nessuno che conta?
Mi bevo l’ultima birra qui, anche se non ne ho voglia. L’effetto è di acido. Recupero delle noccioline, le mando giù masticando in fretta sperando che facciano da protettivo per lo stomaco.
«È da un po’ che non ti fai vedere…» mi dice il tale che sembra qua da 30 anni e passa (stessa posizione, stesso atteggiamento, stesse rughe d’espressione, mancano solo le ragnatele). Lo sguardo è quello tipico di chi ti sta studiando.
Dev’essere così che ti agganciano, ripeto a me stesso nello stato di paura di essere manipolato che la mia metà di origini contadine mi segnala, in rosso, ogni volta che capito da queste parti.
Se vai al mercato delle vacche devi stare attento alle fregature, sempre. Devi avere tutte le malizie, solo così ne puoi uscire indenne.
Dissimulare, dissimulare, dissimulare sempre, è la parola d’ordine: non devono avere la tua anima mai. Non devi mai mostrare il tuo lato debole perché te lo infilzerebbero. Purtroppo troppa gente attorno a me esce allo scoperto, gli si legge tutto in faccia.
Qua assomiglia troppo a un deserto pieno di assetati in cerca d’acqua.  È come se avessero le labbra screpolate e la lingua a penzoloni. E gli altri sono padroni dei pozzi.
Chissà cosa si prova ad aver creato un ambiente simile… non riesco a immaginare nulla di così poco soddisfacente, roba da provare vergogna.
Adesso nessuno dice più «Non vali un cazzo», «Non fai ridere», «Non farai mai tv», «Sei una delle persone più inutili del mondo» eccetera, vola ancora qualche insulto, ma sembrano più contraccolpi della mitragliata iniziale. La parola «Stronzo» (così amata da queste parti) risuona ancora un paio di volte, stancamente.
Finisco l’ultimo sorso di birra. È il momento di andarsene. Saluto qua e là. In un minuto sono fuori. Finisce l’apnea, respiro regolarmente. Mi allontano dalla serata in viale Monza 140.

I racconti di Zelig 5

12 Lug

Un altro capitolo del racconto che è come un fritto misto: gustoso, unto, difficile da digerire…

UNA SERATA IN VIALE MONZA 5 (di Alex)
La serata sta per cominciare. Vado nei camerini. Ogni ambiente è scomodo, non ci si resiste per più di 10 minuti. Guardo il monitor acceso sul palco vuoto. Sto in piedi ma dopo un minuto sono già indolenzito, mi appoggio un po’ alla scala a chiocciola, poi decido di fare un salto al bar.
Ordino un succo di frutta, mi aggrappo al corrimano. Anche al bar c’è un monitor, messo in alto, per mettere a prova la cervicale, e non c’è neanche la possibilità di sedersi. Possibile che con i milioni di euro che fatturano non abbiano pensato a qualcosa tipo una ventina di seggiolini?
Attacco discorso con un comico che salirà sul palco nel secondo tempo, tra gli ultimi. «Tu non sei in scaletta?» mi dice. «No, sono venuto a bermi una birra.» Mi guarda strano, sorride strano forse pensando a una battuta o a chissà che.
Nessuno qua pensa che qualcuno dica una cosa e che sia quella. Dev’esserci sempre una seconda, terza o quarta lettura.
Ma anche se stasera sono libero, questo posto è come la carta moschicida e ti rimane comunque della sostanza collosa appiccicato addosso.
La tensione è come la corrente che scorre nei cavi. Non viene mai allo scoperto ma ne senti il ronzio. Meno male che L’Homo Zelighianus è abituato ad assorbire lo stress. Fa tutto lui. Potrebbe essere indistruttibile, sicuramente ha delle riserve di sopportazione inesplorate. Le scorie che si creano non si sa quando verranno smaltite, forse le gestirà la camorra!
A chi sta sopra, invece, piace vincere facile, e vince facile senza opposizione facendo pagare il conto a chi sta sotto.
Parte la serata. Mi metto tra il pubblico, nei gradini sul lato opposto al palco, coi piedi sul pavimento. Quando passa una cameriera devo spostarmi, e succede ogni 2 minuti. A fine serata sarò stanchissimo. I comici sono qui dalle 5/6 del pomeriggio, per loro andrà peggio, e andrà molto peggio psicologicamente.
Vedo le sagome inconfondibili dei pezzi da 90. Gli sguardi degli addetti ai lavori vanno a chi sta sul palco, poi a loro, poi a chi sta sul palco, poi a loro per cercare di capire se il pezzo incontra il loro gradimento.
Sembrano gli anni dell’Urss quando gli esperti, durante le sfilate, guardavano i grossi papaveri per cercare di capire cosa cavolo stesse succedendo dentro al Cremlino (Gromyko è il quinto dopo Breznev, vuol dire che sta cadendo in disgrazia…)
La serata è lunghissima, si ride a tratti, poi sempre meno. Troppi comici, troppo lungo lo spettacolo, noia e stanchezza fisica prendono il sopravvento. Anche il pubblico è provato.
Spesso, troppo spesso, ti chiedi “ma quello lì cosa ci sta a fare qui?”.
Sul palco arriva chi è impreparato (nonostante la lunghissima trafila), chi ha un tipo di comicità odiato dal management e chi non ha alcuna possibilità.
Poi c’è anche quello che si sa già che farà la trasmissione, che ha firmato per tutte le puntate, che è entrato in agenzia con loro, ma gli chiedono comunque di farsi 200 chilometri, stare lì dalle 5 del pomeriggio, andarsi a letto alle 3 del mattino.
Il valore del tempo? Vaffanculo, vieni senza fare storie e ringrazia che ti diamo un’opportunità…
Non c’è una logica se non quella di farci fare quello che non vogliamo, qui in viale Monza 140.
(Continua)

I racconti di Zelig 4

8 Lug

Il caldo non dà tregua, per fortuna qualche brivido noir regala un po’ di refrigerio…
UNA SERATA IN VIALE MONZA 4 (di Alex)
Passa uno dei big, uno di quelli che ce la stanno facendo, che escono a diverse migliaia di euro e fanno un sacco di serate.
Fende la folla, sembra trasportato da un carrello, l’attenzione (impercettibilmente) si sposta su di lui. Sembra crearsi una trance ipnotica: molti si ricordano di quando faceva la fame, molti pensano a quanto sia cambiato, tutti concordano che non si sia montato la testa perché stasera è sceso tra i mortali che arrancano per un provino.
È ridicolo a pensarci: gli si attribuiscono qualità inesistenti, forse è colpa della nebbia che ha preso la testa della gente: confine sottile tra anonimato e popolarità… troppe emozioni che indeboliscono e rendono incapaci di valutare.
Aspiri a esser santo, non ci riesci e vedi passare un santo vero, con tanto di stigmate, aureola e miracoli, normale cadere in trance contemplativa.
Alcuni compagni di gavetta si avvicinano. Il big li saluta con grandi pacche sulle spalle. Eppure c’è un abisso tra loro. Il big è andato “oltre l’arcobaleno”, ha negli occhi degli orizzonti che gli altri non vedranno forse mai.
Nei suoi confronti l’amicizia è messa in sordina dal fascino della porta segreta (che lui ha attraversato) che conduce a un mondo di fiaba, contrapposto a questa ordinaria tristezza con poche speranze.
Intanto il pezzo da 90 se ne va ghignando, lasciando l’eco della parola «stronzo» riverberare nell’aria (è il suo aggettivo preferito). Quasi nessuno lo saluta, ovviamente dopo aver valutato se fosse il caso di salutarlo o meno.
C’è sproporzione in tutto. Impotenza o quasi da parte di quasi tutti. Onnipotenza dall’altra parte, in una cerchia ristrettissima.
I calcoli sono infiniti. L’istinto è quello di cercare gli atteggiamenti che ti facciano guadagnare quei 10 punti in più (e magari non sai di essere sotto di un milione e passa, impossibilitato ad andare in attivo).
Ognuno è col suo ruolo qua dentro, come in tutti i branchi numerosi.
C’è quello che fa il laboratorio artistico. È un “interno”, ha delle sicurezze, anche se si sente lontano miliardi di chilometri dal successo televisivo. Incontra uno che è stato escluso dal laboratorio artistico. Anche qui sono due mondi contrapposti: uno sta a guardare dalla vetrina e l’altro è all’interno e mangia qualcosa (che forse gli andrà comunque di traverso).
Le gerarchie sono complicate. C’è quello che ha capito l’andazzo e che rispetta la regola di aiutare chi è nei favori dei capi e di schifare/umiliare chi è in disgrazia o quasi; c’è quello che prova empatia verso quasi tutti, si immedesima in loro, anche se fallisce a ripetizione nell’aiutarli.
Perché ognuno è in un certo gradino della piramide e la piramide è composta da troppi gradini.
Ma queste delizie succedono dietro le quinte. Stasera siamo qua per salire sul palco, o per guardare quelli che salgono sul palco…
(continua)

I racconti di Zelig 3

7 Lug

Ancora un capitolo dei “racconti scellerati” di viale Monza, per chi riesce a tenere acceso il computer sotto l’ombrellone…
 
UNA SERATA IN VIALE MONZA 3 (di Alex)
«Era meglio se stavi zitto»… «Come comico fai schifo»…«Scrivi delle cose che fanno cagare»… Le frasi fendono l’aria, cristallizzano le reazioni: l’atteggiamento da bullo di chi le pronuncia, la mediocre imitazione di chi cerca di adeguarsi, il “trattenersi” di chi è colpito e non può replicare con un sonoro vaffanculo (come sarebbe giusto e dignitoso fare) perché ha paura di essere classificato come diverso, come quello che rema contro.
Anche il più blando anticonformismo rischia di metterti sotto i riflettori che indicano “quello che si sta rovinando con le sue mani”.
Qua in viale Monza 140 prevale l’umorismo distruttivo. Sul palco si alternano vari stili, fuori dal palco ogni azione deve avere qualcosa di offensivo, deve demolire chi si ha di fronte. Succede quando si è in gruppo e le cose vengono dette ad alta voce, altrimenti prevale il sussurro e, forse, qualche atteggiamento meno finto.
Comunque bisogna abbozzare: che nessuno si mostri offeso, mostrarsi offeso (può darsi) mette fuori dal gruppo.
Che senso ha questa goliardia fuori stagione? Forse abbiamo fatto brande e forse imposto ad altri di farle, nei tempi lontani del servizio militare. Sono volati gavettoni. Le abbiamo date e le abbiamo prese. È passato del tempo. Li abbiamo passati già tutti i riti di iniziazione a scuola, con gli amici, sul lavoro. Perché dobbiamo ripeterli in questo posto, gestito da cinquantenni un po’ grigi, dove veniamo per qualcosa che dovrebbe avere a che fare col gioco?
Uno con cui siamo quasi amici mi dice qualcosa di divertente. Rido di gusto, con un’accelerazione secca che sovrasta ogni altro brusio sommesso del bar/chiesa. Non resisto, la risata torna su, esplode di nuovo, felice nella sua stupidità.
Vengo fulminato da alcuni sguardi che sembrano voler dire: «Come ti permetti? Ma sei matto a ridere in quel modo?» Anche il quasi amico è un po’ in imbarazzo: lusingato dalla mia reazione, preoccupato per aver violato il tabù della risata spontanea basata su una battuta che non offende nessuno.
Intanto passa uno dei pezzi da 90. L’attenzione si sposta su di lui così come un passeggero viene schiacciato verso il finestrino quando l’auto prende una curva a velocità troppo elevata.
Il pezzo da 90 si ferma a parlare con una ragazza… passa un minuto… «Ah, ah, che stronzo!» lo sento esclamare felice.
Quella parola viene usata con una soddisfazione quasi erotica da quelli che hanno un certo potere qua dentro. Viene degustata come si fa col vino.
Si vantano di essere s… è la loro metafora preferita. L’identificazione con qualcosa di così schifoso (se si pensa all’oggetto da cui deriva) la dovrebbe dire lunga sul carattere di certa gente, anche su una certa loro onestà d’intenti.
Si compiacciono di essere stronzi, è uno status symbol, un punto d’onore. Ma al di là delle parole, presto ognuno di noi assaggerà qualche brutto tiro,  qualche tiro meschino. Sono così come sono, l’hanno dichiarato più volte, e dobbiamo aspettarci di essere trattati male.
Tanto torniamo tutti, forse più veniamo trattati male più torniamo, qua in viale Monza 140, sotto il livello del manto stradale, in cui andiamo dopo aver tirato un respirone come se andassimo in apnea…
(continua)
 

I racconti di Zelig 2

6 Lug

Prosegue la lettura da ombrellone: caldo sulla pelle, freddo nell’anima…
UNA SERATA IN VIALE MONZA 2 (di Alex)
La serata sarà lunghissima. Cammino su e giù. Incrocio gente che conosco da anni. A volte ci salutiamo a volte no, a volte ci salutiamo alla quarta volta che ci incrociamo. Si creano dei capannelli, ci sono varie posture, vari atteggiamenti, quasi nessuno naturale.
Ognuno reagisce in modo diverso. C’è l’umanità che si incontra ovunque, però esagerata dall’esagerazione che regna quaggiù, in viale Monza 140, sotto il livello del manto stradale.
Ci sono quelli che hanno avuto qualche delusione di quelle che ti levano la pelle. Vagano con lo sguardo qua e là impauriti, alla ricerca di qualche appiglio. Sono come affamati in una dispensa con tutti gli sportelli chiusi a chiave. Uno di loro si avvicina a uno di “quelli che contano qualcosina”, balbetta una roba del tipo «Si sa qualcosa sulla trasmissione?» «No, non si sa niente». Si allontana. Il suo stato patetico non è evidente, però si intuisce.  
Lo sguardo di scherno, derisione, disprezzo con cui lo guarda “quello che conta qualcosina” mette i brividi: pura indifferenza verso chi non è altro che uno dei tanti pesci nella rete, uno di quelli meno “commestibili”.  
«Mi fai cagare!» frase detta ad alta voce, ostentata in modo che sentano tutti, da parte di uno  importante a un comico che sta annaspando alla ricerca di una speranza di fare almeno un paio di puntate di Zelig Off. L’abitudine di esprimersi in questo modo violento e umiliante nasce da maleducazione e mancanza di rispetto, ed è tipico di questa latitudine. Dopo che ti sei acclimatato ti ci abitui.
Tu non ti permetteresti neanche lontanamente di trattare un altro così, ma non lo dici: verresti preso per una de “le anime belle, le figurine del presepe” di cui parla con disprezzo Nanni Moretti/Botero nel film Il Portaborse.
I delusi cronici, intanto, sono in stato di debolezza e cercano di uscirne ma, comunque, in questa chiesa in cui ci sono tanti fedeli e poche grazie ricevute, tutti cercano un modo per elevarsi, per entrare nelle grazie di una divinità distante e dalle scelte misteriose.
Ci sono i pesci pilota: ne ho appena visto uno, è un esemplare femminile. Stava parlando cordialmente con un suo pari, è passato uno che contava di più e lei gli si è appiccicato addosso come se lo conoscesse da sempre, facendo calare l’indifferenza sul primo interlocutore. Dopo 5 minuti è passato uno che contava ancora di più e lei ha fatto la stessa cosa: indifferenza subitanea verso il più debole, attenzione improvvisa verso il più forte.
È una scuola di sopravvivenza: se sai annusare il vento, se impari a essere forte coi deboli e debole coi forti, ti costruirai una fama di persona affidabile e poi chissà… magari non servirà a niente: se accetti il principio che bisogna schifare i deboli, gli inutili, vuol dire che sei un debole, che sei sostanzialmente inutile e, così, ti predisponi a essere schifato.
Ci sono tante tipologie di persone, ognuna cerca di muoversi come meglio può, ognuna cerca le poche molecole di ossigeno in un’aria quasi irrespirabile.
È così che va in viale Monza 140, nel tempio della comicità…
(Continua)

 

I racconti di Zelig

5 Lug
Sole, caldo, luglio che avanza, agosto alle porte… il blog sta conducendo pigramente il suo pedalò in un porto vacanziero.
Verrà settembre, verranno le battaglie autunnali, ma adesso è il momento di qualche lettura estiva, dissetante.
Mesi fa ho chiesto ad Alex di farsi alcuni giri a Milano in viale Monza 140, per rinfrescarsi la memoria sulla capitale di Zelig. Poverino, ha dovuto farlo gratis!
Recentemente l’ho spremuto per bene per ricavarne un po’ di sensazioni su quell’ambiente unico nel suo genere, quasi unico al mondo.
Si consiglia di leggere con un cocktail ghiacciato a disposizione. Per il gelo, come in tutti i racconti del brivido, basta immedesimarsi in ciò che è scritto… buona lettura!
 
UNA SERATA IN VIALE MONZA (di Alex)
 
Eccomi, di fronte a viale Monza 140, nel mezzo di una tristezza metropolitana e periferica che toglie il respiro (soprattutto per colpa del traffico). Okay, tutto è così poco allegro, ma è qua che c’è la Mecca della risata anche se, chissà perché, la gente prima di imboccare la stradina in discesa che porta a un luogo così sacro tira sempre un respirone come se andasse in apnea.
Succede anche ad alcuni di quelli che hanno un po’ di potere: si incupiscono a contatto con l’area zelighiana, forse per rispettarne la sacralità e fare in modo che i fedeli prendano tutto molto sul serio.  
Qua sembra progettato per metterti scomodo. All’ingresso c’è un bar privo di sedie, con l’appiglio di un corrimano lungo il banco. Quando c’è gente si sta in piedi, ammassati, come tonni in una tonnara.
A sinistra un corridoio scoperto per metà e fatiscente: gelido d’inverno, rovente d’estate, con le zanzare attive già in primavera.
I camerini sono insufficienti e quando ci sono serate di laboratorio, provini, registrazioni televisive si crea una tonnara peggiore di quella del bar. Lo spazio per cambiarsi non esiste, bisogna inventarsi qualche paravento. Il palco non si vede ma c’è un monitor attorno a cui ci sono 3 o 4 persone che stanno quasi comode e una ventina e più che stanno lì sacrificate.
La sala può diventare un forno o un frigo ad aria condizionata.
Le toilette del pubblico, che tagliano a metà camerini e corridoio laterale, hanno un microclima diverso da tutti gli altri.
Ogni locale una temperatura diversa e una scomodità differente. Però quando entri nel “tempio” non ti curi troppo di questi dettagli…
 
«Non fai ridere»… «Non andrai mai in televisione»…«Come comico fai cagare»… «Cosa ci fai qui? Vai a casa, non ti fila un cazzo di nessuno…»
Questo è l’andazzo, le battute sono tutte su questo tono: offensive, acide, a tormentare le insicurezze di chi arriva lì (dopo aver tirato un sospiro come se andasse in apnea).
Un tale aspirante comico/aspirante autore azzarda una battuta e tutti i presenti reagiscono chi fingendo di vomitare, chi facendo una smorfia di disgusto, mentre all’ultimo aspetta il compito di chiudere con «è meglio che cambi mestiere». È una gag che ho già visto almeno un centinaio di volte e metteva tristezza già la prima volta che l’ho vista.
Stancamente ci si sforza di ridere a questa ripetuta e sgradevole manifestazione di disprezzo verso il prossimo, mascherata da allegria. Figuriamoci se uno che spera ardentemente di andare il tv è contento di sentirsi dire cose tipo «Non andrai mai in televisione»!
Funziona così dentro la fabbrica di risate… Sembra che gli “operai” e i “capi reparto” stufi di sfornare ilarità e buonumore passino il tempo libero a produrre sentimenti che siano il meno divertenti possibile.
L’aria ha una densità a cui devi abituarti, è come essere in altura con poco ossigeno. Qua nella mecca della risata…
(Continua)
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