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Un infiltrato presso i laboratori Zelig…

26 Apr

Su Repubblica.it Torino è uscito l’articolo (vedi link), già segnalato nei commenti del blog, su un curioso esperimento: un comico finto albanese si è “infiltrato” nel sistema dei laboratori Zelig. Riportiamo l’articolo completo. La cosa era anche nell’aria. Un’azione simile ci era stata suggerita da più parti. Qualcuno l’ha messa in pratica:

Si finge albanese per smascherare i trucchi della «fabbrica dei comici» di Zelig. La storia, va da sé, è divertente. Lui, Marco P. (chiede di restare anonimo), è un attore di solida formazione: Dams a Bologna, master in arte scenica a Barcellona. Si fa chiamare Ruben Maroscia. Mago dei travestimenti, nei panni del timido straniero appena giunto a Torino da Tirana si presenta al vivaio di Zelig e viene preso. Comincia il suo anno di formazione, a settembre, senza che nessuno si accorga di nulla. Intanto osserva, prende nota, prepara il «colpo». La burla va in scena giovedì sera all’Alfa Teatro, dove è in programma una sessione di provini: il pezzo di Marco, questa volta nella parte di un immigrato siciliano, contiene tra le righe un duro attacco alla «lobby»: artisti sfruttati, pezzi rubati, diritti d’autore inesistenti, selezioni truccate (il cahier de doléances completo su www.ananasblog. wordpress.com).

Il tutto viene filmato e tra qualche giorno sarà probabilmente visibile su YouTube.Il pubblico crede che sia una gag e ride, ma dietro le quinte succede il putiferio. “Sono stato preso a male parole dagli organizzatori — dice Marco — Ma la mia voleva essere solo una burla. Volevo dimostrare che cosa significa essere un attore vero. Zelig è diventato un franchising che produce comici usa e getta, buoni per i tre minuti del passaggio televisivo. Solo che tutti sognano quei tre minuti e finiscono dentro un meccanismo che li spreme e li butta via. O accetti le regole della lobby o sei fuori. E la maggior parte dei cabarettisti pur di lavorare abbassano la testa. Io sono consapevole di essermi messo contro il sistema. Pazienza, me ne tornerò in Spagna. La televisione italiana non mi interessa, non c’è arte è solo business”.

Allineato sul fronte della protesta antiZelig, che dilaga sui siti e nei blog degli aspiranti comici, è anche Mauro Giorcelli, talent scout, storico organizzatore del Festival Nazionale del Cabaret e scopritore a suo tempo di Luciana Littizzetto, lui pure vittima dello scherzo di Marco P. “Si presentò al nostro laboratorio Trovariso nei panni di Ruben Maroscia, l’albanese — racconta — E’ stato bravissimo, ci sono cascato come un merluzzo. Un artista che ha messo a fuoco molto bene il meccanismo perverso di Zelig: crea una rete, un monopolio. Chi non ha il marchio è fuori. Io stesso ho sempre più difficoltà ad organizzare il Festival del Cabaret. Gli artisti vogliono andare in televisione. Ma il sistema dei tre minuti in tv non crea professionisti ma gente che, messa in palcoscenico per un monologo di un’ora, fa pena e viene fischiata. Quello del comico è un mestiere che s’impara a teatro e non s’inventa. Quelli davvero bravi, mi vengono in mente Sconsy, Luca e Paolo, Ficarra e Picone, prima di arrivare a Zelig sono passati dal Festival. Eppure oggi tutti, allettati dal sistema dei provini e delle serate, vogliono fare tv. Una fila lunghissima di poveri illusi”.

Una piccola annotazione: la storia dimostra anche come i laboratori Zelig operino praticamente “in nero”. In qualsiasi scuola, seminario laboratorio gli iscritti portano i documenti, declinano le loro generalità. Qui si va a casaccio.

Ananas Blog

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