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I racconti di Zelig (appendice)

14 Lug

Il lungo racconto diviso in 6 parti su una tipica (e un po’ lugubre) serata passata in viale Monza è stato molto apprezzato. In un periodo estivo ha totalizzato più di 400 contatti (tantissimi) e ha mosso la memoria di molti. Ognuno è andato alla tristezza delle sue serate da quelle parti e ci sono addirittura arrivati altri racconti. Erano scritti in  modo un po’ emotivo, ma alla fine è l’emotività a dominare da quelle parti. Questo che pubblichiamo è molto interessante perché mostra le piccole irregolartità, le piccole prepotenze, le piccole umiliazioni cui devi adeguarti se vuoi stare là, tra gli dèi del cabaret.

UNA SERATA IN VIALE MONZA (COME SEMPRE…)

 È domenica, chiedo al mio collega se questa sera mi accompagna: ci sono dei miei amici di Ravenna che si esibiscono al Laboratorio Zelig. Lo convinco e alle 20 sono a casa sua per partire per Milano, viale Monza 140. In auto mi confida che non ha nulla di nuovo e che per andare là domenica bisogna prima chiamare “Gianca”. Gli ribadisco che sarebbe stata una serata di relax, una birra, quattro chiacchiere, a mezzanotte a casa.

Arriviamo a Zelig per le 20.30, entriamo in quelli che sono i camerini. Nello stanzino ci sono due autori. Ci chiedono se vogliamo salire sul palco. Io e il mio collega ribadiamo ai due “portinai” che siamo in visita di cortesia. Ma uno dei due mi dice che non importa e che ci avrebbe segnati lo stesso. Alla fine fa quello che più gli pare e ci mette in scaletta: io il primo e il mio collega come secondo.

 Nel frattempo arrivano molti altri comici tra i quali gli amici attesi. Vedendo il numero di “risorse umane” chiedo che ci cancellino dalla scaletta. Mi fanno capire di non preoccuparmi.

Passa qualche minuto e arriva LUI l’autore con la responsabilità del laboratorio, guarda la scaletta dicendo che non sarebbe stata possibile una mia esibizione. Senza staccare gli occhi dal foglio di carta e facendosi sentire da tutti dice: ”Ci sono delle regole ben precise, per accedere al laboratorio della domenica, bisogna prima chiamare Gianca e poi se lui dice sì, si può salire sul palco. Capito?” E pronuncia il mio nome ad alta voce in modo che sentano tutti, senza muovere gli occhi dal sottile pezzo di cellulosa. Poi si rivolge all’amico che mi accompagna e dice: “tu avrai due interventi da 5 minuti.”

Mi si ferma il sangue per un decimo di secondo e quasi sbotto, ma mi trattengo. L’autore finisce di fare la scaletta, la serata inizia e lascio che il mio amico faccia due interventi.

Mi avvicina all’autore e cortesemente gli dico che avevo bisogno di spiegazioni. Lui con l’aria incredula, che qualcuno potesse proferir con lui in quel modo, mi dice che lo avrebbe fatto. Tenendolo per un braccio lo prego di sedersi: le spiegazioni le voglio in questo preciso istante.

Gli dico come si era svolta la serata, che mi avevano chiesto i suoi “portinai” se volevo salire sul palco e che mi avevano voluto segnare loro, nonostante avessi chiesto di cancellarmi. Gli faccio notare che il suo modo di sottolineare che ci fossero delle regole, aggiungendo il “capito” e menzionandomi sul finale senza sapere come fossero in realtà le cose, lo avevo trovato offensivo.

La sua risposta è: “ Tutto torna in fondo! Tu non volevi salire, noi non ti abbiamo fatto salire perché non hai telefonato. Perché prendersela tanto?” e con aria da sommo sacerdote aggiunge “che in quel Laboratorio non si fanno favoritismi a nessuno”.

 Gli faccio capire di non pigliarmi per il culo, che anche il mio collega non aveva chiamato nessuno, eppure due spazi da 5 minuti glieli aveva dati.

 Questo in Viale Monza 140…

 

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