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La Famiglia Bernardoni: breve storia avventurosa di un format indipendente

12 Mag

La Famiglia Bernardoni

La storia dei Bernardoni comincia nel lontano 2004, ma vale la pena di essere raccontata. Volevo realizzare una Famiglia Addams i cui componenti si comportassero con la tranquillità rassicurante di una Casa Vianello.

Sviluppai l’idea con Davide Colavini che “inventò” il personaggio di Gino Bernardoni e, in seguito, anche con Massimiliano Conte che curò la regia.

La puntata zero fu girata senza una lira, ma in una bella casa di Milano 2, con protagonisti Davide Colavini, Terry Schiavo, Paola Passarello e Andrea Longo.

Il risultato fu molto “pesante” nei contenuti: c’era una battuta sull’incesto (che, per inciso, fu quella che fece più ridere la Gialappas), c’erano promiscuità sessuale spinta, considerazioni sui preservativi, un ex operaio Fiat usato come schiavo e giocattolo erotico, traffico di neonati, eccetera. Però il tono di normalità riusciva a far “passare” ogni turpitudine.

Quella pilota diventò la puntata numero 3 della serie  poi andata in onda su Italia 1 sia in prima che in seconda serata.

http://www.youtube.com/watch?v=i0s2pp6eMv4

Qualcuno della struttura sitcom di Mediaset disse che, se fosse dipeso da lui, la Bernardoni l’avrebbe prodotta anche subito. Ma alla Gialappas ci arrivammo per una serie di coincidenze.

Quell’anno Mai Dire Grande Fratello & Figli avrebbe aperto ai contributi esterni, selezionati attraverso il concorso Mai Dire Web. Massimiliano Conte fu tra i vincitori (tra loro ci fu anche Marcello Macchia alias Maccio Capatonda). Conte propose La Famiglia Bernardoni che piacque. Per la produzione ci saremmo appoggiati alla leggendaria Barter, da cui tanti sono passati.

Ma era già arrivato agosto e le cose erano ancora in alto mare. Mediaset aveva offerto una cifra troppo bassa. La trasmissione cominciava l’ultima settimana di settembre e questo voleva dire consegnare il primo VHS entro la metà dello stesso mese.

Scrivemmo comunque le sceneggiature di 8 puntate da 3 minuti e mezzo. Poi scoprimmo che erano diventate molto “popolari” dietro le quinte, che erano piaciute molto, tra gli altri, sia ai tre Gialappi che a Mister Forest che all’autore Fabrizio Testini. Nella scrittura potevamo esagerare. Non ci fu quasi nessuna censura. Potevamo esplorare anche l’assurdo. Cito la seguente perla, quando Ercole, l’amico del cuore di Gino propone:

«…A proposito di carte, che ne direste se ci facessimo una bella partita a Ciulapatata?»

«Ah, che bel nome, che cos’è?»

«Niente, è un gioco che facevamo da giovani: in pratica chi vince va letto con la donna dell’altro.»

«Sì, l’idea mi piace!…»

«…Gino, perché non hai giocato l’asso?»

«Che domande Luisa, devo perdere: sua moglie è un cesso!»

«Ah, adesso ho capito: per un attimo ho pensato che non mi amassi più!»

Il destino girò dalla nostra parte: non ricordo perché, ma la prima puntata di Mai Dire Grande Fratello e figli saltò. Quel budget venne spalmato sulle altre puntate e ci furono i soldi (oltre al tempo) per produrre La Famiglia Bernardoni.

Girammo tutto a rotta di collo in tre giorni. Il clima era euforico. Ne erano un po’ tutti contagiati, troupe compresa, per l’assurdità sconsiderata e dissacrante del progetto.

Si sa che spesso certe produzioni sono funestate da una tensione e da una pesantezza estrema, con un risultato finale che è pure scadente; altre volte invece Continua a leggere

Quanto vale una quota Bananas?

18 Dic

Dopo aver parlato a lungo dei bilanci Bananas, e dei soci famosi che hanno piccole quote di partecipazione, bisognerebbe chiedersi quanto valgano le  suddette piccole percentuali. Si tratta di qualcosa di marginale, tanto da potersi dichiarare non competenti a parlare delle politiche societarie, oppure costituisce un affare lucroso?

Non ho dati per valutare. Gli unici provengono dagli articoli scritti da Franco Bechis, tra cui uno sulla Gialappa’s: “L’avventura con Gino e Michele è costata qualche migliaio di euro, e rende già benissimo. La quota della Gialappa’s vale, come porzione di fatturato 2008, qualcosina in più di 350 mila euro.”

La Gialappas detiene un 2% di Bananas s.r.l., mentre nel 2008 aveva una piccola quota (non pervenuta) anche in Smemoranda (Gut Edizioni, altra gallina d’oro ginomichelesca). Gut nel 2008 fatturava più di 30 milioni di euro, contro i quasi 15 (14.855.851) di Bananas.

Ora è anche probabile che Smemoranda, pur fatturando di più, sia meno produttiva di Zelig, perché la carta la devi pagare, il tipografo pure, i trasporti anche, non è che gli puoi dire: “Facciamo i laboratori cartacei… vieni a fare 5 anni di Tipografia Off… verresti a fare Stranger in the Camion?…).

Comunque 350.000 euro in un anno (se fosse vero) sono una cifra spaventosa. Se anche la quota Bananas dei Gialappi fosse del 30% e Smemoranda 70% quella zelighiana varrebbe più di 100.000 euro.

Ecco, se fosse così, il principio del “Non sono titolata a parlare di Bananas” espresso da Lella Costa diventerebbe poco credibile. Sarebbe forse anche un incentivo a “chiudere un occhio” perché un conto è un’iscrizione simbolica, una pura testimonianza; un altro è mettere in discussione ciò che ti regala numeri a 6 cifre.

A questo si aggiunge il caso Cortellesi: i 65.000 euro a puntata sono sicuramente meritati, ma rappresentano anche un motivo per non avere troppo da “eccepire”:  se oggi mi schiero in posizione critica verso Bananas, mi brucio la grande opportunità che solo Zelig in prima serata potrebbe darmi un giorno, quando magari decideranno di puntare su di me. La grande occasione non vale solo per il comico che suda e fatica nei laboratori, ma anche per chi è già famoso e che potrebbe essere “consacrato”.

La solita patina grigia che ricopre i “piani bassi” vale anche per chi ha raggiunto l’indipendenza economica e la libertà artistica? Forse…

Roberto Gavelli Amministratore di Ananas Blog (è un lavoro pulito, ma qualcuno le deve fare)

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