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Quanto vale una quota Bananas?

18 Dic

Dopo aver parlato a lungo dei bilanci Bananas, e dei soci famosi che hanno piccole quote di partecipazione, bisognerebbe chiedersi quanto valgano le  suddette piccole percentuali. Si tratta di qualcosa di marginale, tanto da potersi dichiarare non competenti a parlare delle politiche societarie, oppure costituisce un affare lucroso?

Non ho dati per valutare. Gli unici provengono dagli articoli scritti da Franco Bechis, tra cui uno sulla Gialappa’s: “L’avventura con Gino e Michele è costata qualche migliaio di euro, e rende già benissimo. La quota della Gialappa’s vale, come porzione di fatturato 2008, qualcosina in più di 350 mila euro.”

La Gialappas detiene un 2% di Bananas s.r.l., mentre nel 2008 aveva una piccola quota (non pervenuta) anche in Smemoranda (Gut Edizioni, altra gallina d’oro ginomichelesca). Gut nel 2008 fatturava più di 30 milioni di euro, contro i quasi 15 (14.855.851) di Bananas.

Ora è anche probabile che Smemoranda, pur fatturando di più, sia meno produttiva di Zelig, perché la carta la devi pagare, il tipografo pure, i trasporti anche, non è che gli puoi dire: “Facciamo i laboratori cartacei… vieni a fare 5 anni di Tipografia Off… verresti a fare Stranger in the Camion?…).

Comunque 350.000 euro in un anno (se fosse vero) sono una cifra spaventosa. Se anche la quota Bananas dei Gialappi fosse del 30% e Smemoranda 70% quella zelighiana varrebbe più di 100.000 euro.

Ecco, se fosse così, il principio del “Non sono titolata a parlare di Bananas” espresso da Lella Costa diventerebbe poco credibile. Sarebbe forse anche un incentivo a “chiudere un occhio” perché un conto è un’iscrizione simbolica, una pura testimonianza; un altro è mettere in discussione ciò che ti regala numeri a 6 cifre.

A questo si aggiunge il caso Cortellesi: i 65.000 euro a puntata sono sicuramente meritati, ma rappresentano anche un motivo per non avere troppo da “eccepire”:  se oggi mi schiero in posizione critica verso Bananas, mi brucio la grande opportunità che solo Zelig in prima serata potrebbe darmi un giorno, quando magari decideranno di puntare su di me. La grande occasione non vale solo per il comico che suda e fatica nei laboratori, ma anche per chi è già famoso e che potrebbe essere “consacrato”.

La solita patina grigia che ricopre i “piani bassi” vale anche per chi ha raggiunto l’indipendenza economica e la libertà artistica? Forse…

Roberto Gavelli Amministratore di Ananas Blog (è un lavoro pulito, ma qualcuno le deve fare)

José Mourinho versus Gino & Michele

19 Set
Gino & Michele e José Mourinho, due filosofie di allenamento agli antipodi…

Di Gat

Nel 2010, dopo che l’Inter ha vinto tutto quello che c’era da vincere, sono emerse alcune certezze sui metodi dell’ormai madrilista José Mourinho che, esattamente sul tema della “tensione”, hanno fatto scattare un parallelo con Gino & Michele che sono i due “mister” di Zelig.

Nelle due bacheche ci sono tanti trofei e tante Champions League sia calcistiche che imprenditoriali: una coppa Uefa e una Champions col Porto, i successi di Smemoranda, una Champions e due scudetti con l’Inter, il boom de Le Formiche e di Zelig Circus, due Premier League col Chelsea, il successo duraturo  e il primato d’ascolti di Zelig, eccetera.

Sia Mourinho che Gino & Michele sono abituati agli ingaggi da capogiro e all’audience elevata e trattano il denaro con la disinvoltura di chi è abituato a passare all’incasso.

Ma sulla leadership, e sulla filosofia di allenamento i metodi divergono completamente.

Mourinho, è stato fatto osservare da molti commentatori di prestigio, si comporta da fenomeno mediatico, le spara grosse, attira l’attenzione, provoca, provoca, provoca e costringe a reagire. Così ottiene il risultato di spostare tutte le tensioni su di sé, salvaguardando la squadra e i singoli giocatori.

Gino & Michele, al contrario, scaricano tutta la tensione possibile sulla loro “squadra”, anzi incoraggiano un sistema che porta artificiosamente la tensione ai massimi livelli, mentre loro si defilano, volano basso, ridacchiano sotto i baffi, non si espongono mai.

Mourinho è un grande motivatore, è riuscito a convincere anche le star come Samuel Eto’o a fare partite di grande sacrificio, a coprire gli spazi a correre come un dannato per la squadra.

Gino & Michele invece hanno rinunciato a fare i motivatori, perché le motivazioni nascono dalla rosa mostruosamente allargata: 300 comici l’anno circa che devono passare attraverso il percorso senza fine di provini e laboratori e convocazioni.

“Noi gli rendiamo la vita difficile, poi sono cavoli loro. Se viene fuori qualcuno bravo lo prendiamo”. Questa sembra essere la filosofia d’allenamento, basata sul turn over ampio, sui tanti ricambi per ogni ruolo, su nessun interesse per il singolo.

Mourinho è adorato dallo spogliatoio. Specie nell’Inter i calciatori erano tutti dalla sua parte. Questo non è mai stato in discussione neanche quando le cose andavano non benissimo, l’Inter non aveva un gioco e la Champions League sembrava stregata.

Gino & Michele sono visti con un misto di vaga incomprensione, vago disprezzo, vaga disistima, tutti sentimenti che si rivolgono a chi viene sentito come distante. La “rosa allargata” non li ama, li segue solo perché non c’è un altro posto dove andare. Le partite di sacrificio si fanno solo nella speranza di avere dei vantaggi, mentre lo spirito di squadra non esiste. Come potrebbe esserci quando per ogni monologhista, per esempio, ce ne sono altri 20 o 30 pronti a sostituirlo?

Mourinho è un decisionista, non mostra debolezze, sembra che abbia in mano tutte le risposte. Fa lo sbruffone.

Invece Gino & Michele, puntano tutto su una finta indecisione, che in realtà non esiste: sanno bene come sarà la trasmissione, quali saranno i contenuti, ma fingono di non saperlo perché così ognuno della rosa allargata avrà la speranza di esordire in prima squadra e si impegnerà al massimo. L’importante è che non sappia che il suo sforzo sarà quasi sempre inutile.

Insomma, Mourinho vince e fa vincere la sua squadra, Gino & Michele vincono ma fanno perdere quasi tutti quelli della loro squadra, ma tanto c’è la rosa allargata…

 

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