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la nostaglia degli Arcimboldi (come uscirne)

19 Dic

Parli con qualcuno che ha fatto alcune puntate di Zelig al teatro Arcimboldi e ti dirà “ho voglia di farne ancora” con quel tono struggente di chi sente una profonda nostalgia. Invece la logica direbbe: “mi sono cavato la voglia, adesso mi dedico ad altro, così non mi faccio tenere per le palle dai soliti noti”.

Anche per questo la platea deve essere ampia, che sia un tendone da circo, un Arcimboldi, una tensostruttura in piazzale Cuoco, ci devono essere migliaia di persone. L’effetto è quello di “marchiare” l’esibizione con l’onda d’urto degli applausi e delle risate, quella che solo un pubblico folto può produrre, cosa che non si potrebbe realizzare in uno studio televisivo o in un locale.

Facciamo un parallelo con le montagne russe: arrivati a fine corsa, come premio per lo scampato pericolo ci sarebbe il rilascio di endorfine (vedi Wikipedia), le endorfine, semplificando al massimo, sono una specie di oppiaceo naturale che induce una sensazione di benessere e di appagamento. Per questo vengono progettate montagne russe sempre più “pericolose”, perché dopo un po’ si crea assuefazione.

Allo stesso modo, chi arriva sul palco zelighiano, dopo tensioni e fatiche inenarrabili, col pericolo di giocarsi tutto in pochi minuti, nel momento in cui riesce a svangarla e sente l’onda d’urto di qualche bella risata, con la standing ovation finale, dovrebbe inondarsi di endorfine. Esaurito l’effetto, potrebbe crearsi una Continua a leggere

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