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I racconti di Zelig (appendice 3)

19 Lug
Un altro racconto delle spumeggianti serate in viale Monza 140 spedito da un lettore. Qui abbamo preferito tenere le tante parolacce perché erano necessarie. L’episodio, così breve, è molto interessante e rappresenta magnificamente il cinismo con cui si trattano le persone laggiù, nel regno dell’allegria.
Esco fuori a fumare una sigaretta, nel cortile davanti al tempio del cabaret, viale Monza 140.
Mi infilo in un gruppetto di gente. C’è uno che sta parlando, si vede dal modo di fare che sta per dire qualcosa di molto, molto divertente.
Ma sì, ascoltiamolo, facciamoci due risate.
“Sono arrivati questi tre, un trio comico, dalla Sicilia…”
Chissà che aneddoto penso io.
“… c’avete presente? Tutti mezzi spauriti, mezzi stravolti, stanchi!”
Non fa ridere, penso sempre io, ma siamo all’inizio.
“…Mi fanno: avevamo un appuntamento con Giancarlo Bozzo (direttore artistico di Zelig NDT). E io: qua non c’è nessun Giancarlo Bozzo…”
Olè, siamo allo scherzo tipo Amici Miei, ai ceffoni sul binario!
“Oh, ci rimangono di merda, io dico ad alta voce: ci sono altre vittime di Giancarlo Bozzo, il truffatore! Vado avanti ancora, poi gli spiego che era uno scherzo, ma loro, giuro, sono rimasti stravolti tutta la serata, sti tre coglioni!”
Nessuna risata grassa, qualcuna finta, io tiro 5 boccate di sigaretta di seguito per non sputare per terra.
Torno dentro, penso a questi 3 che si sono fatti un viaggio lunghissimo, che hanno speso qualche centinaio di euro, probabilmente per non ottenere risultati e poi vengono anche presi per il culo.
Cornuti e mazziati, qui in viale Monza 140

I racconti di Zelig (appendice)

14 Lug

Il lungo racconto diviso in 6 parti su una tipica (e un po’ lugubre) serata passata in viale Monza è stato molto apprezzato. In un periodo estivo ha totalizzato più di 400 contatti (tantissimi) e ha mosso la memoria di molti. Ognuno è andato alla tristezza delle sue serate da quelle parti e ci sono addirittura arrivati altri racconti. Erano scritti in  modo un po’ emotivo, ma alla fine è l’emotività a dominare da quelle parti. Questo che pubblichiamo è molto interessante perché mostra le piccole irregolartità, le piccole prepotenze, le piccole umiliazioni cui devi adeguarti se vuoi stare là, tra gli dèi del cabaret.

UNA SERATA IN VIALE MONZA (COME SEMPRE…)

 È domenica, chiedo al mio collega se questa sera mi accompagna: ci sono dei miei amici di Ravenna che si esibiscono al Laboratorio Zelig. Lo convinco e alle 20 sono a casa sua per partire per Milano, viale Monza 140. In auto mi confida che non ha nulla di nuovo e che per andare là domenica bisogna prima chiamare “Gianca”. Gli ribadisco che sarebbe stata una serata di relax, una birra, quattro chiacchiere, a mezzanotte a casa.

Arriviamo a Zelig per le 20.30, entriamo in quelli che sono i camerini. Nello stanzino ci sono due autori. Ci chiedono se vogliamo salire sul palco. Io e il mio collega ribadiamo ai due “portinai” che siamo in visita di cortesia. Ma uno dei due mi dice che non importa e che ci avrebbe segnati lo stesso. Alla fine fa quello che più gli pare e ci mette in scaletta: io il primo e il mio collega come secondo.

 Nel frattempo arrivano molti altri comici tra i quali gli amici attesi. Vedendo il numero di “risorse umane” chiedo che ci cancellino dalla scaletta. Mi fanno capire di non preoccuparmi.

Passa qualche minuto e arriva LUI l’autore con la responsabilità del laboratorio, guarda la scaletta dicendo che non sarebbe stata possibile una mia esibizione. Senza staccare gli occhi dal foglio di carta e facendosi sentire da tutti dice: ”Ci sono delle regole ben precise, per accedere al laboratorio della domenica, bisogna prima chiamare Gianca e poi se lui dice sì, si può salire sul palco. Capito?” E pronuncia il mio nome ad alta voce in modo che sentano tutti, senza muovere gli occhi dal sottile pezzo di cellulosa. Poi si rivolge all’amico che mi accompagna e dice: “tu avrai due interventi da 5 minuti.”

Mi si ferma il sangue per un decimo di secondo e quasi sbotto, ma mi trattengo. L’autore finisce di fare la scaletta, la serata inizia e lascio che il mio amico faccia due interventi.

Mi avvicina all’autore e cortesemente gli dico che avevo bisogno di spiegazioni. Lui con l’aria incredula, che qualcuno potesse proferir con lui in quel modo, mi dice che lo avrebbe fatto. Tenendolo per un braccio lo prego di sedersi: le spiegazioni le voglio in questo preciso istante.

Gli dico come si era svolta la serata, che mi avevano chiesto i suoi “portinai” se volevo salire sul palco e che mi avevano voluto segnare loro, nonostante avessi chiesto di cancellarmi. Gli faccio notare che il suo modo di sottolineare che ci fossero delle regole, aggiungendo il “capito” e menzionandomi sul finale senza sapere come fossero in realtà le cose, lo avevo trovato offensivo.

La sua risposta è: “ Tutto torna in fondo! Tu non volevi salire, noi non ti abbiamo fatto salire perché non hai telefonato. Perché prendersela tanto?” e con aria da sommo sacerdote aggiunge “che in quel Laboratorio non si fanno favoritismi a nessuno”.

 Gli faccio capire di non pigliarmi per il culo, che anche il mio collega non aveva chiamato nessuno, eppure due spazi da 5 minuti glieli aveva dati.

 Questo in Viale Monza 140…

 

I racconti di Zelig 6

13 Lug

 

Mentre calano le prime ombre della sera, si chiude il sipario sull’allegra lettura da obrellone…

UNA SERATA IN VIALE MONZA 6 (di Alex)
I momenti finali sono i più pesanti. La stanchezza dilata il senso del tempo. Speri che sia finita e c’è ancora qualcosa, poi ancora, poi ancora. È un overbooking, un eccesso di “prenotazioni”, solo che nessuno rinuncia e l’aereo parte strapieno.
Lo spettacolo per fortuna finisce. È l’una passata, orario forse quasi sopportabile quando ci si diverte, e non è questo il caso. Il pubblico inizia a uscire anche se c’è chi si ferma a parlare con qualcuno. Vola qualche foto, soprattutto col big che si è esibito questa sera perché doveva provare un pezzo nuovo.
Adesso è il momento della resa dei conti. Ci sono troppe cose da chiedere e la necessità di avere qualche risposta si ingigantisce. Andarsene a casa senza una parola, uno straccio di informazione sarebbe una sconfitta, ma come fare?
I pezzi da 90 sono impegnati in conversazioni confidenziali/scherzose. C’è la fila davanti a loro. Non proprio la fila tradizionale, ma gente che “staziona” nei pressi pronta a intervenire quando chi c’è prima ha “levato le tende”.
Però, magari coi pezzi da 90 non c’è quella confidenza per chiedere loro «Come sono andato? Ho speranze? Mi prendete?». Cambierebbe poco. Le riposte sarebbero comunque vaghe, finte, evasive. Quelli che hanno progettato questa “trappola per catturare esseri umani” mica ti dicono qual è il sentiero per evitarla.
La scelta è tra il ritorno verso casa più veloce che si può, e il tentare di prendersi una dose di informazioni che consentano di sperare ancora, che calmino un po’ la condizione di incertezza e di insicurezza.
Magari sarebbe il caso di parlare con qualcuno che fa parte della “cerchia superiore”, che non conta molto, ma che può dirti qualcosa.
«Guarda non so niente, non si sa niente, non hanno ancora deciso» potrebbe dire. Chissà se questa gente ci crede davvero alla frottola del management perennemente indeciso. Prima o poi dovresti renderti conto che Babbo Natale non esiste…
Magari si potrebbe parlare con un collega di quelli dalla lingua sciolta che sanno tutto, che magari ti dica quelle parole che vorresti sentirti dire. Ma si tratterebbe di voci di terza mano.
Qualcuno accarezzerà l’idea di andarsi a bere una birra nel locale accanto, assieme alla truppa residua, cercando di sapere qualcosa di più in una situazione meno difficile.
Qualcuno penserà a come si entri nell’elite. Forse partecipando alle loro partite di calcetto? Forse è proprio quella birra bevuta dopo lo spettacolo il primo gradino dell’iniziazione? E se poi vai lì e non c’è nessuno che conta?
Mi bevo l’ultima birra qui, anche se non ne ho voglia. L’effetto è di acido. Recupero delle noccioline, le mando giù masticando in fretta sperando che facciano da protettivo per lo stomaco.
«È da un po’ che non ti fai vedere…» mi dice il tale che sembra qua da 30 anni e passa (stessa posizione, stesso atteggiamento, stesse rughe d’espressione, mancano solo le ragnatele). Lo sguardo è quello tipico di chi ti sta studiando.
Dev’essere così che ti agganciano, ripeto a me stesso nello stato di paura di essere manipolato che la mia metà di origini contadine mi segnala, in rosso, ogni volta che capito da queste parti.
Se vai al mercato delle vacche devi stare attento alle fregature, sempre. Devi avere tutte le malizie, solo così ne puoi uscire indenne.
Dissimulare, dissimulare, dissimulare sempre, è la parola d’ordine: non devono avere la tua anima mai. Non devi mai mostrare il tuo lato debole perché te lo infilzerebbero. Purtroppo troppa gente attorno a me esce allo scoperto, gli si legge tutto in faccia.
Qua assomiglia troppo a un deserto pieno di assetati in cerca d’acqua.  È come se avessero le labbra screpolate e la lingua a penzoloni. E gli altri sono padroni dei pozzi.
Chissà cosa si prova ad aver creato un ambiente simile… non riesco a immaginare nulla di così poco soddisfacente, roba da provare vergogna.
Adesso nessuno dice più «Non vali un cazzo», «Non fai ridere», «Non farai mai tv», «Sei una delle persone più inutili del mondo» eccetera, vola ancora qualche insulto, ma sembrano più contraccolpi della mitragliata iniziale. La parola «Stronzo» (così amata da queste parti) risuona ancora un paio di volte, stancamente.
Finisco l’ultimo sorso di birra. È il momento di andarsene. Saluto qua e là. In un minuto sono fuori. Finisce l’apnea, respiro regolarmente. Mi allontano dalla serata in viale Monza 140.
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