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I racconti di Zelig (vitelloni sulla Martesana)

22 Lug
Dovevamo pubblicare un bel racconto su viale Monza 140 agli albori, con Paolo Rossi, Bebo Storti, Aldo Giovanni e Giacomo, Forest, eccetera, prima che arrivassero “I dittatori dell’agenzia libera di Bananas”, ma l’autore ha avuto un blocco dello scrittore e si è fermato a metà. Così ripieghiamo su un “fondo di magazzino” che però un minimo di interesse ce l’ha: serve a capire quali siano le tecniche di seduzione del maschio Zelig. Prendete nota e poi applicatele in vacanza, sulle spiagge italiane…
Una sera vado a Zelig con un gruppetto di amici solo per vedermi lo spettacolo e bermi una birra (che non è neanche buonissima).
Alla fine dello spettacolo sono lì in giro che recupero la compagnia per caricarla in macchina e vedo che uno zelig man ha agganciato una mia amica e la sta tampinando. Manca solo lei, siamo pronti a partire, che è parecchio tardi.
“Sono uno importante qua… ti do il mio numero di telefono…” (sento che bisbiglia).
Mi avvicino e lo zelighista mi urla di stare alla larga, aggressivo. Ci rimango così… muovo qualche passo e il tipo mi ringhia ancora di stare lontano.
Rimango basito: questo qua vuole tampinare la ragazza, ma si vergogna di quello che dice, quindi non vuole che ci siano testimoni, quindi dovrei girare al largo.
“A’ brutto insicuro” penso (uso una parola più pesante, più francese).
La cosa va avanti ancora, con lui che mi urla di non avvicinarmi. Se non dovessi svegliarmi presto domattina la butterei sul ridere. Invece sono furioso e ho voglia di prenderlo a calci per la sua stupidità arrogante: non posso avvicinarmi alla mia amica, perché il tipo deve fare il suo tentativo di seduzione e  non si sente a suo agio se qualcun altro ascolta quello che dice.  
Altro tentativo di avvicinamento, altro ringhio.
Dopo un po’ parte un vaffa a mezza voce, entro sul goffo tacchinaggio e la cosa finisce lì, mentre lo zelig man mi lancia uno sguardo da psicopatico, tipo “questa me la paghi”. Potrebbe anche esserlo, psicopatico, meglio non provocarlo.
Chiedo scusa alla mia amica, le spiego che l’ambiente è un po’ così, anche se non riesco a spiegarlo bene. Parlo male del tipo, lo copro di parolacce, lei concorda sugli insulti.
E ce ne andiamo assieme agli altri amici via da viale Monza 140.
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I racconti di Zelig (appendice 2)

15 Lug
Prosegue l’invio di “racconti apocrifi” sulle belle serate in viale Monza 140 da parte dei lettori. Questo è breve ma interessante: l’amico con cui hai condiviso tante cose che, a contatto con l’aria che si respira là dentro, diventa acido, maleducato,  poco rispettoso, e chi più ne ha più ne metta…
 
Cammino lungo il corridoio del tempio del cabaret, in viale monza 140.
Qualche giorno prima avevo chiamato per avere un paio di entrate al laboratorio, avevo anche premesso che non mi facevo illusioni televisive, che avevo voglia di salire su quel palcoscenico e basta.
Apro la porta tagliafuoco del camerino, alcuni che non conosco mi guardano e mi sorridono, un sorriso incerto con una luce negli occhi tipo chiedersi chi fosse costui. Essendo una persona educata saluto e mi metto in un angolo, in attesa
Questo camerino dove sono passati tanti pezzi da 90 della comicità non è più lo stesso: una soppalcatura, spazio per mettersi i microfoni, monitor, stampanti … accidenti come cambiano le cose.
Arrivano tutti e anche i presentatori con i loro autori personali. Saluto il tipo che con me è sempre gentilissimo ed educato, saluto una lei che conosco, il sorriso è di circostanza, gli occhi sono altrove.
In fin dei conti sono qui per fare il comico sul pubblico, non devo essere simpatico a nessuno dietro le quinte.
Arriva un pezzo da 90 dei comici, uno che di palchi ne ha vissuti tanti. Mi saluta e si ferma 1 minuto a parlare con me. Gli occhi dei presenti, vedendo la confidenza e la solarità di quel minuto, cambiano luce nei miei confronti. Me lo fa notare anche il mio amico/pezzo da 90: è una cosa buffa.
Poi arriva uno degli autori responsabili del laboratorio. Sorrido nel vederlo: ci conosciamo da anni, abbiamo condiviso tante cose serate, concorsi, e anche speranze e anche confidenze.
Lo saluto cordialmente e lui mi rispose con un “Ciao” inespressivo, tirando dritto per la sua strada.
Fa la scaletta e quando arriva al mio nome, mi chiede quale sia il mio pezzo e poi aggiunge: “Ogni tanto ci riprovi a far parte della televisione!” Il tono è sarcastico, offensivo, ad alta voce perché sentano tutti… non sembra neanche lui (per come lo conosco).
Dopo qualche minuto mi si avvicina il pezzo da 90 che avendo capito la maleducazione del tipo (ex persona con cui ero in confidenza, ora diventato str… come per magia), mi dice sottovoce: ”Cerca di capirlo, tentava di fare il simpatico.”
Questo accade in viale Monza 140.

I racconti di Zelig 4

8 Lug

Il caldo non dà tregua, per fortuna qualche brivido noir regala un po’ di refrigerio…
UNA SERATA IN VIALE MONZA 4 (di Alex)
Passa uno dei big, uno di quelli che ce la stanno facendo, che escono a diverse migliaia di euro e fanno un sacco di serate.
Fende la folla, sembra trasportato da un carrello, l’attenzione (impercettibilmente) si sposta su di lui. Sembra crearsi una trance ipnotica: molti si ricordano di quando faceva la fame, molti pensano a quanto sia cambiato, tutti concordano che non si sia montato la testa perché stasera è sceso tra i mortali che arrancano per un provino.
È ridicolo a pensarci: gli si attribuiscono qualità inesistenti, forse è colpa della nebbia che ha preso la testa della gente: confine sottile tra anonimato e popolarità… troppe emozioni che indeboliscono e rendono incapaci di valutare.
Aspiri a esser santo, non ci riesci e vedi passare un santo vero, con tanto di stigmate, aureola e miracoli, normale cadere in trance contemplativa.
Alcuni compagni di gavetta si avvicinano. Il big li saluta con grandi pacche sulle spalle. Eppure c’è un abisso tra loro. Il big è andato “oltre l’arcobaleno”, ha negli occhi degli orizzonti che gli altri non vedranno forse mai.
Nei suoi confronti l’amicizia è messa in sordina dal fascino della porta segreta (che lui ha attraversato) che conduce a un mondo di fiaba, contrapposto a questa ordinaria tristezza con poche speranze.
Intanto il pezzo da 90 se ne va ghignando, lasciando l’eco della parola «stronzo» riverberare nell’aria (è il suo aggettivo preferito). Quasi nessuno lo saluta, ovviamente dopo aver valutato se fosse il caso di salutarlo o meno.
C’è sproporzione in tutto. Impotenza o quasi da parte di quasi tutti. Onnipotenza dall’altra parte, in una cerchia ristrettissima.
I calcoli sono infiniti. L’istinto è quello di cercare gli atteggiamenti che ti facciano guadagnare quei 10 punti in più (e magari non sai di essere sotto di un milione e passa, impossibilitato ad andare in attivo).
Ognuno è col suo ruolo qua dentro, come in tutti i branchi numerosi.
C’è quello che fa il laboratorio artistico. È un “interno”, ha delle sicurezze, anche se si sente lontano miliardi di chilometri dal successo televisivo. Incontra uno che è stato escluso dal laboratorio artistico. Anche qui sono due mondi contrapposti: uno sta a guardare dalla vetrina e l’altro è all’interno e mangia qualcosa (che forse gli andrà comunque di traverso).
Le gerarchie sono complicate. C’è quello che ha capito l’andazzo e che rispetta la regola di aiutare chi è nei favori dei capi e di schifare/umiliare chi è in disgrazia o quasi; c’è quello che prova empatia verso quasi tutti, si immedesima in loro, anche se fallisce a ripetizione nell’aiutarli.
Perché ognuno è in un certo gradino della piramide e la piramide è composta da troppi gradini.
Ma queste delizie succedono dietro le quinte. Stasera siamo qua per salire sul palco, o per guardare quelli che salgono sul palco…
(continua)

I racconti di Zelig 3

7 Lug

Ancora un capitolo dei “racconti scellerati” di viale Monza, per chi riesce a tenere acceso il computer sotto l’ombrellone…
 
UNA SERATA IN VIALE MONZA 3 (di Alex)
«Era meglio se stavi zitto»… «Come comico fai schifo»…«Scrivi delle cose che fanno cagare»… Le frasi fendono l’aria, cristallizzano le reazioni: l’atteggiamento da bullo di chi le pronuncia, la mediocre imitazione di chi cerca di adeguarsi, il “trattenersi” di chi è colpito e non può replicare con un sonoro vaffanculo (come sarebbe giusto e dignitoso fare) perché ha paura di essere classificato come diverso, come quello che rema contro.
Anche il più blando anticonformismo rischia di metterti sotto i riflettori che indicano “quello che si sta rovinando con le sue mani”.
Qua in viale Monza 140 prevale l’umorismo distruttivo. Sul palco si alternano vari stili, fuori dal palco ogni azione deve avere qualcosa di offensivo, deve demolire chi si ha di fronte. Succede quando si è in gruppo e le cose vengono dette ad alta voce, altrimenti prevale il sussurro e, forse, qualche atteggiamento meno finto.
Comunque bisogna abbozzare: che nessuno si mostri offeso, mostrarsi offeso (può darsi) mette fuori dal gruppo.
Che senso ha questa goliardia fuori stagione? Forse abbiamo fatto brande e forse imposto ad altri di farle, nei tempi lontani del servizio militare. Sono volati gavettoni. Le abbiamo date e le abbiamo prese. È passato del tempo. Li abbiamo passati già tutti i riti di iniziazione a scuola, con gli amici, sul lavoro. Perché dobbiamo ripeterli in questo posto, gestito da cinquantenni un po’ grigi, dove veniamo per qualcosa che dovrebbe avere a che fare col gioco?
Uno con cui siamo quasi amici mi dice qualcosa di divertente. Rido di gusto, con un’accelerazione secca che sovrasta ogni altro brusio sommesso del bar/chiesa. Non resisto, la risata torna su, esplode di nuovo, felice nella sua stupidità.
Vengo fulminato da alcuni sguardi che sembrano voler dire: «Come ti permetti? Ma sei matto a ridere in quel modo?» Anche il quasi amico è un po’ in imbarazzo: lusingato dalla mia reazione, preoccupato per aver violato il tabù della risata spontanea basata su una battuta che non offende nessuno.
Intanto passa uno dei pezzi da 90. L’attenzione si sposta su di lui così come un passeggero viene schiacciato verso il finestrino quando l’auto prende una curva a velocità troppo elevata.
Il pezzo da 90 si ferma a parlare con una ragazza… passa un minuto… «Ah, ah, che stronzo!» lo sento esclamare felice.
Quella parola viene usata con una soddisfazione quasi erotica da quelli che hanno un certo potere qua dentro. Viene degustata come si fa col vino.
Si vantano di essere s… è la loro metafora preferita. L’identificazione con qualcosa di così schifoso (se si pensa all’oggetto da cui deriva) la dovrebbe dire lunga sul carattere di certa gente, anche su una certa loro onestà d’intenti.
Si compiacciono di essere stronzi, è uno status symbol, un punto d’onore. Ma al di là delle parole, presto ognuno di noi assaggerà qualche brutto tiro,  qualche tiro meschino. Sono così come sono, l’hanno dichiarato più volte, e dobbiamo aspettarci di essere trattati male.
Tanto torniamo tutti, forse più veniamo trattati male più torniamo, qua in viale Monza 140, sotto il livello del manto stradale, in cui andiamo dopo aver tirato un respirone come se andassimo in apnea…
(continua)
 

I racconti di Zelig 2

6 Lug

Prosegue la lettura da ombrellone: caldo sulla pelle, freddo nell’anima…
UNA SERATA IN VIALE MONZA 2 (di Alex)
La serata sarà lunghissima. Cammino su e giù. Incrocio gente che conosco da anni. A volte ci salutiamo a volte no, a volte ci salutiamo alla quarta volta che ci incrociamo. Si creano dei capannelli, ci sono varie posture, vari atteggiamenti, quasi nessuno naturale.
Ognuno reagisce in modo diverso. C’è l’umanità che si incontra ovunque, però esagerata dall’esagerazione che regna quaggiù, in viale Monza 140, sotto il livello del manto stradale.
Ci sono quelli che hanno avuto qualche delusione di quelle che ti levano la pelle. Vagano con lo sguardo qua e là impauriti, alla ricerca di qualche appiglio. Sono come affamati in una dispensa con tutti gli sportelli chiusi a chiave. Uno di loro si avvicina a uno di “quelli che contano qualcosina”, balbetta una roba del tipo «Si sa qualcosa sulla trasmissione?» «No, non si sa niente». Si allontana. Il suo stato patetico non è evidente, però si intuisce.  
Lo sguardo di scherno, derisione, disprezzo con cui lo guarda “quello che conta qualcosina” mette i brividi: pura indifferenza verso chi non è altro che uno dei tanti pesci nella rete, uno di quelli meno “commestibili”.  
«Mi fai cagare!» frase detta ad alta voce, ostentata in modo che sentano tutti, da parte di uno  importante a un comico che sta annaspando alla ricerca di una speranza di fare almeno un paio di puntate di Zelig Off. L’abitudine di esprimersi in questo modo violento e umiliante nasce da maleducazione e mancanza di rispetto, ed è tipico di questa latitudine. Dopo che ti sei acclimatato ti ci abitui.
Tu non ti permetteresti neanche lontanamente di trattare un altro così, ma non lo dici: verresti preso per una de “le anime belle, le figurine del presepe” di cui parla con disprezzo Nanni Moretti/Botero nel film Il Portaborse.
I delusi cronici, intanto, sono in stato di debolezza e cercano di uscirne ma, comunque, in questa chiesa in cui ci sono tanti fedeli e poche grazie ricevute, tutti cercano un modo per elevarsi, per entrare nelle grazie di una divinità distante e dalle scelte misteriose.
Ci sono i pesci pilota: ne ho appena visto uno, è un esemplare femminile. Stava parlando cordialmente con un suo pari, è passato uno che contava di più e lei gli si è appiccicato addosso come se lo conoscesse da sempre, facendo calare l’indifferenza sul primo interlocutore. Dopo 5 minuti è passato uno che contava ancora di più e lei ha fatto la stessa cosa: indifferenza subitanea verso il più debole, attenzione improvvisa verso il più forte.
È una scuola di sopravvivenza: se sai annusare il vento, se impari a essere forte coi deboli e debole coi forti, ti costruirai una fama di persona affidabile e poi chissà… magari non servirà a niente: se accetti il principio che bisogna schifare i deboli, gli inutili, vuol dire che sei un debole, che sei sostanzialmente inutile e, così, ti predisponi a essere schifato.
Ci sono tante tipologie di persone, ognuna cerca di muoversi come meglio può, ognuna cerca le poche molecole di ossigeno in un’aria quasi irrespirabile.
È così che va in viale Monza 140, nel tempio della comicità…
(Continua)

 

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