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I racconti di Zelig 5

12 Lug

 

Un altro capitolo del racconto che è come un fritto misto: gustoso, unto, difficile da digerire…

UNA SERATA IN VIALE MONZA 5 (di Alex)
La serata sta per cominciare. Vado nei camerini. Ogni ambiente è scomodo, non ci si resiste per più di 10 minuti. Guardo il monitor acceso sul palco vuoto. Sto in piedi ma dopo un minuto sono già indolenzito, mi appoggio un po’ alla scala a chiocciola, poi decido di fare un salto al bar.
Ordino un succo di frutta, mi aggrappo al corrimano. Anche al bar c’è un monitor, messo in alto, per mettere a prova la cervicale, e non c’è neanche la possibilità di sedersi. Possibile che con i milioni di euro che fatturano non abbiano pensato a qualcosa tipo una ventina di seggiolini?
Attacco discorso con un comico che salirà sul palco nel secondo tempo, tra gli ultimi. «Tu non sei in scaletta?» mi dice. «No, sono venuto a bermi una birra.» Mi guarda strano, sorride strano forse pensando a una battuta o a chissà che.
Nessuno qua pensa che qualcuno dica una cosa e che sia quella. Dev’esserci sempre una seconda, terza o quarta lettura.
Ma anche se stasera sono libero, questo posto è come la carta moschicida e ti rimane comunque della sostanza collosa appiccicato addosso.
La tensione è come la corrente che scorre nei cavi. Non viene mai allo scoperto ma ne senti il ronzio. Meno male che L’Homo Zelighianus è abituato ad assorbire lo stress. Fa tutto lui. Potrebbe essere indistruttibile, sicuramente ha delle riserve di sopportazione inesplorate. Le scorie che si creano non si sa quando verranno smaltite, forse le gestirà la camorra!
A chi sta sopra, invece, piace vincere facile, e vince facile senza opposizione facendo pagare il conto a chi sta sotto.
Parte la serata. Mi metto tra il pubblico, nei gradini sul lato opposto al palco, coi piedi sul pavimento. Quando passa una cameriera devo spostarmi, e succede ogni 2 minuti. A fine serata sarò stanchissimo. I comici sono qui dalle 5/6 del pomeriggio, per loro andrà peggio, e andrà molto peggio psicologicamente.
Vedo le sagome inconfondibili dei pezzi da 90. Gli sguardi degli addetti ai lavori vanno a chi sta sul palco, poi a loro, poi a chi sta sul palco, poi a loro per cercare di capire se il pezzo incontra il loro gradimento.
Sembrano gli anni dell’Urss quando gli esperti, durante le sfilate, guardavano i grossi papaveri per cercare di capire cosa cavolo stesse succedendo dentro al Cremlino (Gromyko è il quinto dopo Breznev, vuol dire che sta cadendo in disgrazia…)
La serata è lunghissima, si ride a tratti, poi sempre meno. Troppi comici, troppo lungo lo spettacolo, noia e stanchezza fisica prendono il sopravvento. Anche il pubblico è provato.
Spesso, troppo spesso, ti chiedi “ma quello lì cosa ci sta a fare qui?”.
Sul palco arriva chi è impreparato (nonostante la lunghissima trafila), chi ha un tipo di comicità odiato dal management e chi non ha alcuna possibilità.
Poi c’è anche quello che si sa già che farà la trasmissione, che ha firmato per tutte le puntate, che è entrato in agenzia con loro, ma gli chiedono comunque di farsi 200 chilometri, stare lì dalle 5 del pomeriggio, andarsi a letto alle 3 del mattino.
Il valore del tempo? Vaffanculo, vieni senza fare storie e ringrazia che ti diamo un’opportunità…
Non c’è una logica se non quella di farci fare quello che non vogliamo, qui in viale Monza 140.
(Continua)
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