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I racconti di Zelig

5 Lug
Sole, caldo, luglio che avanza, agosto alle porte… il blog sta conducendo pigramente il suo pedalò in un porto vacanziero.
Verrà settembre, verranno le battaglie autunnali, ma adesso è il momento di qualche lettura estiva, dissetante.
Mesi fa ho chiesto ad Alex di farsi alcuni giri a Milano in viale Monza 140, per rinfrescarsi la memoria sulla capitale di Zelig. Poverino, ha dovuto farlo gratis!
Recentemente l’ho spremuto per bene per ricavarne un po’ di sensazioni su quell’ambiente unico nel suo genere, quasi unico al mondo.
Si consiglia di leggere con un cocktail ghiacciato a disposizione. Per il gelo, come in tutti i racconti del brivido, basta immedesimarsi in ciò che è scritto… buona lettura!
 
UNA SERATA IN VIALE MONZA (di Alex)
 
Eccomi, di fronte a viale Monza 140, nel mezzo di una tristezza metropolitana e periferica che toglie il respiro (soprattutto per colpa del traffico). Okay, tutto è così poco allegro, ma è qua che c’è la Mecca della risata anche se, chissà perché, la gente prima di imboccare la stradina in discesa che porta a un luogo così sacro tira sempre un respirone come se andasse in apnea.
Succede anche ad alcuni di quelli che hanno un po’ di potere: si incupiscono a contatto con l’area zelighiana, forse per rispettarne la sacralità e fare in modo che i fedeli prendano tutto molto sul serio.  
Qua sembra progettato per metterti scomodo. All’ingresso c’è un bar privo di sedie, con l’appiglio di un corrimano lungo il banco. Quando c’è gente si sta in piedi, ammassati, come tonni in una tonnara.
A sinistra un corridoio scoperto per metà e fatiscente: gelido d’inverno, rovente d’estate, con le zanzare attive già in primavera.
I camerini sono insufficienti e quando ci sono serate di laboratorio, provini, registrazioni televisive si crea una tonnara peggiore di quella del bar. Lo spazio per cambiarsi non esiste, bisogna inventarsi qualche paravento. Il palco non si vede ma c’è un monitor attorno a cui ci sono 3 o 4 persone che stanno quasi comode e una ventina e più che stanno lì sacrificate.
La sala può diventare un forno o un frigo ad aria condizionata.
Le toilette del pubblico, che tagliano a metà camerini e corridoio laterale, hanno un microclima diverso da tutti gli altri.
Ogni locale una temperatura diversa e una scomodità differente. Però quando entri nel “tempio” non ti curi troppo di questi dettagli…
 
«Non fai ridere»… «Non andrai mai in televisione»…«Come comico fai cagare»… «Cosa ci fai qui? Vai a casa, non ti fila un cazzo di nessuno…»
Questo è l’andazzo, le battute sono tutte su questo tono: offensive, acide, a tormentare le insicurezze di chi arriva lì (dopo aver tirato un sospiro come se andasse in apnea).
Un tale aspirante comico/aspirante autore azzarda una battuta e tutti i presenti reagiscono chi fingendo di vomitare, chi facendo una smorfia di disgusto, mentre all’ultimo aspetta il compito di chiudere con «è meglio che cambi mestiere». È una gag che ho già visto almeno un centinaio di volte e metteva tristezza già la prima volta che l’ho vista.
Stancamente ci si sforza di ridere a questa ripetuta e sgradevole manifestazione di disprezzo verso il prossimo, mascherata da allegria. Figuriamoci se uno che spera ardentemente di andare il tv è contento di sentirsi dire cose tipo «Non andrai mai in televisione»!
Funziona così dentro la fabbrica di risate… Sembra che gli “operai” e i “capi reparto” stufi di sfornare ilarità e buonumore passino il tempo libero a produrre sentimenti che siano il meno divertenti possibile.
L’aria ha una densità a cui devi abituarti, è come essere in altura con poco ossigeno. Qua nella mecca della risata…
(Continua)
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