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I racconti di Zelig 6

13 Lug

Mentre calano le prime ombre della sera, si chiude il sipario sull’allegra lettura da obrellone…

UNA SERATA IN VIALE MONZA 6 (di Alex)
I momenti finali sono i più pesanti. La stanchezza dilata il senso del tempo. Speri che sia finita e c’è ancora qualcosa, poi ancora, poi ancora. È un overbooking, un eccesso di “prenotazioni”, solo che nessuno rinuncia e l’aereo parte strapieno.
Lo spettacolo per fortuna finisce. È l’una passata, orario forse quasi sopportabile quando ci si diverte, e non è questo il caso. Il pubblico inizia a uscire anche se c’è chi si ferma a parlare con qualcuno. Vola qualche foto, soprattutto col big che si è esibito questa sera perché doveva provare un pezzo nuovo.
Adesso è il momento della resa dei conti. Ci sono troppe cose da chiedere e la necessità di avere qualche risposta si ingigantisce. Andarsene a casa senza una parola, uno straccio di informazione sarebbe una sconfitta, ma come fare?
I pezzi da 90 sono impegnati in conversazioni confidenziali/scherzose. C’è la fila davanti a loro. Non proprio la fila tradizionale, ma gente che “staziona” nei pressi pronta a intervenire quando chi c’è prima ha “levato le tende”.
Però, magari coi pezzi da 90 non c’è quella confidenza per chiedere loro «Come sono andato? Ho speranze? Mi prendete?». Cambierebbe poco. Le riposte sarebbero comunque vaghe, finte, evasive. Quelli che hanno progettato questa “trappola per catturare esseri umani” mica ti dicono qual è il sentiero per evitarla.
La scelta è tra il ritorno verso casa più veloce che si può, e il tentare di prendersi una dose di informazioni che consentano di sperare ancora, che calmino un po’ la condizione di incertezza e di insicurezza.
Magari sarebbe il caso di parlare con qualcuno che fa parte della “cerchia superiore”, che non conta molto, ma che può dirti qualcosa.
«Guarda non so niente, non si sa niente, non hanno ancora deciso» potrebbe dire. Chissà se questa gente ci crede davvero alla frottola del management perennemente indeciso. Prima o poi dovresti renderti conto che Babbo Natale non esiste…
Magari si potrebbe parlare con un collega di quelli dalla lingua sciolta che sanno tutto, che magari ti dica quelle parole che vorresti sentirti dire. Ma si tratterebbe di voci di terza mano.
Qualcuno accarezzerà l’idea di andarsi a bere una birra nel locale accanto, assieme alla truppa residua, cercando di sapere qualcosa di più in una situazione meno difficile.
Qualcuno penserà a come si entri nell’elite. Forse partecipando alle loro partite di calcetto? Forse è proprio quella birra bevuta dopo lo spettacolo il primo gradino dell’iniziazione? E se poi vai lì e non c’è nessuno che conta?
Mi bevo l’ultima birra qui, anche se non ne ho voglia. L’effetto è di acido. Recupero delle noccioline, le mando giù masticando in fretta sperando che facciano da protettivo per lo stomaco.
«È da un po’ che non ti fai vedere…» mi dice il tale che sembra qua da 30 anni e passa (stessa posizione, stesso atteggiamento, stesse rughe d’espressione, mancano solo le ragnatele). Lo sguardo è quello tipico di chi ti sta studiando.
Dev’essere così che ti agganciano, ripeto a me stesso nello stato di paura di essere manipolato che la mia metà di origini contadine mi segnala, in rosso, ogni volta che capito da queste parti.
Se vai al mercato delle vacche devi stare attento alle fregature, sempre. Devi avere tutte le malizie, solo così ne puoi uscire indenne.
Dissimulare, dissimulare, dissimulare sempre, è la parola d’ordine: non devono avere la tua anima mai. Non devi mai mostrare il tuo lato debole perché te lo infilzerebbero. Purtroppo troppa gente attorno a me esce allo scoperto, gli si legge tutto in faccia.
Qua assomiglia troppo a un deserto pieno di assetati in cerca d’acqua.  È come se avessero le labbra screpolate e la lingua a penzoloni. E gli altri sono padroni dei pozzi.
Chissà cosa si prova ad aver creato un ambiente simile… non riesco a immaginare nulla di così poco soddisfacente, roba da provare vergogna.
Adesso nessuno dice più «Non vali un cazzo», «Non fai ridere», «Non farai mai tv», «Sei una delle persone più inutili del mondo» eccetera, vola ancora qualche insulto, ma sembrano più contraccolpi della mitragliata iniziale. La parola «Stronzo» (così amata da queste parti) risuona ancora un paio di volte, stancamente.
Finisco l’ultimo sorso di birra. È il momento di andarsene. Saluto qua e là. In un minuto sono fuori. Finisce l’apnea, respiro regolarmente. Mi allontano dalla serata in viale Monza 140.
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